{"id":2444,"date":"2020-03-30T00:00:56","date_gmt":"2020-03-29T22:00:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/?p=2444"},"modified":"2020-03-30T12:40:27","modified_gmt":"2020-03-30T10:40:27","slug":"1630-la-peste-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/oltre\/1630-la-peste-a-torino\/","title":{"rendered":"1630: la peste a Torino"},"content":{"rendered":"<h2>La peste del 1630 colp\u00ec Torino con violenza, lasciando la citt\u00e0 abbandonata a s\u00e9 stessa dalle autorit\u00e0 che fuggirono. Un\u00a0evento drammatico da cui Torino seppe rialzarsi prontamente, ricordato come\u00a0la\u00a0\u00abpeste di Bellezia\u00bb, dal nome del sindaco che rimase, nonostante tutto, ad amministrare la citt\u00e0.<\/h2>\n<h6>di Roberto Bamberga<\/h6>\n<p>La peste a Torino, nel 1630, ha un testimone: \u00e8 Gian Francesco Fiochetto (1564-1642), medico formatosi alla Sorbona di Parigi, poi professore all\u2019Universit\u00e0 di Torino, archiatra del duca Carlo Emanuele I e protomedico del ducato sabaudo. Si tratta, tanto per capirsi, non di un dottore qualunque ma di uno dei membri pi\u00f9 importanti dell\u2019\u00e9lite torinese di allora. Nel suo <em>Trattato della peste, et pestifero contagio di Torino<\/em>, Fiochetto non racconta solo la sua esperienza nella citt\u00e0 appestata, cosa gi\u00e0 di per s\u00e9 interessante, ma lo fa attraverso il proprio bagaglio di conoscenze mediche e culturali, restituendo cos\u00ec al lettore di oggi un filtro interpretativo tale da rendere la lettura del suo volume ancora pi\u00f9 intrigante.<\/p>\n<div id=\"attachment_2450\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-2450\" class=\"size-large wp-image-2450\" src=\"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Atlas_Van_der_Hagen-KW1049B12_055-PROSPECTVS_PLATAE_VETERIS_ANTE_CASTRVM-1024x779.jpeg\" alt=\"peste\" width=\"1024\" height=\"779\" \/><p id=\"caption-attachment-2450\" class=\"wp-caption-text\">Piazza Castello nel Seicento.<\/p><\/div>\n<h3><\/h3>\n<h3>I primi casi<\/h3>\n<p>Con tutta probabilit\u00e0 la peste arriv\u00f2 in Piemonte, come nel Nord Italia, nel 1629, portata dagli eserciti, francesi e tedeschi, che allora si stavano fronteggiando nella Pianura Padana. Il contesto \u00e8 quello della guerra dei Trent\u2019anni e i Savoia erano schierati con l\u2019Impero germanico alla conquista del Monferrato; contro di loro i francesi, che superarono i valichi alpini lasciando nelle citt\u00e0 in cui passavano, per esempio Susa, focolai di peste. Nel giugno del 1629 dal contado iniziarono a fluire a Torino poveri e mendicanti, gente in cerca di sicurezza e protezione, trovando posto negli ospedali (quello di Po e quello di San Lazzaro, presso Porta Palazzo, furono presto stracolmi) e aumentando esponenzialmente le possibilit\u00e0 di contagio. In pi\u00f9, nonostante i primi casi segnalati, le merci e i commercianti provenienti da fuori continuavano ad entrare in citt\u00e0. Nell\u2019estate del 1629 il comune inizi\u00f2 a prendere in mano la situazione, ordinando le prime quarantene, intensificando i controlli, donando oboli ai bisognosi e trasferendo i malati fuori dalle mura. A questa stretta seguirono per\u00f2 le prime trasgressioni: in una casa vicina alla chiesa di San Dalmazzo, per esempio, venne scoperto un ragazzo appestato; nonostante la presenza di un picchetto di guardia alla porta, la sorella riusc\u00ec a evadere comunque dalla quarantena, portando con s\u00e9 una serva (gi\u00e0 malata). Con il passare del tempo i casi aumentarono: nel gennaio 1630 si ammal\u00f2 Franceschino Lupo, calzolaio,\u00a0\u00abal quale sopravenne una codisella [cio\u00e8 un bubbone] della grandezza di un uovo del colore della cotica, due dita sopra l\u2019inguine e un carbone [una pustola scura] di colore cenere nella schiena quattro dita sopra i reni\u00bb. I medici decisero per il \u00abbarreggiamento\u00bb (la quarantena) di tutto l\u2019edificio dove abitava e dove si contavano sessantacinque persone residenti, perch\u00e9 \u00abnella peste stando le cose in dubbio, conviene metterli in sicuro\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>Lo scoppio<\/h3>\n<p>Si arriva cos\u00ec alla primavera successiva, quella del 1630, quando la situazione, gi\u00e0 grave, divent\u00f2 catastrofica. A maggio la corte abbandon\u00f2 la citt\u00e0, seguita dai ricchi e da quanti si spostarono nelle case in collina o in provincia. Un esodo di rappresentanti delle istituzioni e di \u00abclasse dirigente\u00bb che, come pi\u00f9 volte ricorda Fiochetto nel suo saggio, cre\u00f2 un vuoto al vertice della citt\u00e0, rendendone difficile la gestione. Fu il momento in cui emerse la figura di Giovanni Francesco Bellezia, il \u00absindaco della peste\u00bb, che rest\u00f2 al suo posto coordinandosi con quei pochi consiglieri rimasti e ritagliandosi cos\u00ec un posto nella storia torinese. Quando fu costretto a letto da una malattia, Bellezia continu\u00f2 a convocare un ristretto consiglio sotto il pergolato del giardino di casa sua, vicino la chiesa di Santa Maria di Piazza, dove partecipavano Giovanni Antonio Beccaria, Giovanni Battista Fetta e lo stesso Fiochetto, conversando con loro dalla camera da letto. Anche Fiochetto quindi non abbandon\u00f2 Torino ma, anzi, si diede da fare per cercare di applicare al meglio le prescrizioni sanitarie previste. Si lament\u00f2 cos\u00ec che mobili e abiti \u00abinfetti\u00bb venissero bruciati per le strade strette della citt\u00e0 e non fuori dalle mura, che molto spesso i roghi venissero saccheggiati prima ancora di appiccarsi da persone alla ricerca di legna per scaldarsi o di stracci. Il protomedico registr\u00f2 casi di untori, come quello di Margherita Torselina, una giovane popolana che \u00abcolta in flagrante\u00bb accus\u00f2 tal Francesco Giugulier, soldato della guardia del duca, di esserne il mandante. Il soldato, peraltro gi\u00e0 infettato dalla peste, fu condannato il 3 agosto del 1630: giustiziato da archibugiate in piazza Castello, il cadavere fu immediatamente bruciato (un po\u2019 meno cruento di quanto avvenne a una ventina di untori durante la peste del 1599, condannati a essere strangolati, quando non arrotati, sulla medesima piazza). Quello degli untori, che per noi \u00e8 un capitolo da relegare tra le stranezze e le superstizioni tramandate dalla storia, era per loro un problema reale e assolutamente plausibile all\u2019interno del quadro scientifico in cui si muovevano, tanto che lo stesso Fiochetto non ne mise mai in dubbio gli aspetti nefasti. Del resto, se la catena dei contagi per il protomedico sabaudo era generata dalla corruzione di elementi naturali (cibo, acqua, legno ecc.), se ne desume che era assolutamente possibile per lui che \u00abungendo\u00bb le porte con acqua inquinata o simili sostanze potesse avvenire, per contatto, il contagio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>La peste sulla citt\u00e0<\/h3>\n<p>Il legame tra guerra e peste fu catastrofico per Torino. Intorno alla citt\u00e0 si muovevano i soldati, alla ricerca di cibo. Questi rappresentavano un problema sia per i rifornimenti di cibo in citt\u00e0 sia per la salute dei cittadini: quando morivano, i cadaveri dei soldati rimanevano rovesciati sulle strade per giorni, tanto che qualche volta si dovette far uscire i beccamorti dalle mura per buttare i corpi nel Po. Per non far entrare i soldati in citt\u00e0 si decise che fossero i torinesi stessi a prestare servizio di ronda sulle mura: non pochi, allora, uscirono dalle loro case mostrando bubboni e segni del flagello. La peste si abbatt\u00e9 quindi sull\u2019intera popolazione: solo una dozzina di case in citt\u00e0 fu risparmiata, ricorda Fiochetto, mentre degli undicimila uomini che rimasero a Torino, sempre stando ai dati raccolti dal protomedico, tremila trovarono la morte. Nel giro di pochi giorni intere famiglie furono spazzate vie mentre la confusione inizi\u00f2 a salire e le regole a essere dimenticate. Nelle strade regnavano caos e corruzione:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abatteso che gi\u00e0 i medici, i cirugici, i barberi, i beccamorti, i carrettieri, i soldati di guardia e in una parola tutti coloro che erano sotto il nome de brutti, andavano co gran confusione senza guardie, gi\u00e0 tutte morte, e senza segnal che gli doveva distinguer da gli\u2019altri, eror gravissimo, e assai da me cridato, perch\u00e9 [\u2026] dalla confusione de nostri in breve la citt\u00e0 si riemp\u00ec di tanta infezione e morti che era impossibile portarne, ogni giorno, la met\u00e0 ai carneri fuor delle muraglie, dove anco ne lasciavano la maggior parte insepolti, per la necessit\u00e0 d\u2019attender a nettare la citt\u00e0. Nella qual il giorno che attendevano a sepoltura, restando nelle strade tanto piene, che non si vedeva sopra le porte delle case, che cadaveri, e avanti molte d\u2019esse amontonati due, tre e quattro insieme, di modo che per levarsi il fetor, che gli ammorbava, gi\u00e0 i beccamorti, e carrettieri (ancor che pagati dalla citt\u00e0 [\u2026] si pagavano anco da particolari, com\u2019all\u2019incanto, essendo ancora essi per la morte di molti dei loro compagni ridotti a poco numero, se ben per haverne molti e supplir a tanta necessit\u00e0 si fossero pi\u00f9 volte votate le prigioni de forfanti [\u2026]. Dico, che si pagavano come all\u2019incanto, servendo a chi pi\u00f9 gliene dava di modo, che spesso lasciavano i cadaveri pi\u00f9 corrotti e fetenti di molti giorni a danno pubblico, per quello sporco guadagno)\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>Questo stato di confusione dilagante rese impossibile ogni sorta di controllo. Fiochetto racconta di casi di cadaveri, ormai irriconoscibili, ritrovati in case ritenute abbandonate, anche durante i primi mesi del 1631. Le autorit\u00e0 ducali richiedevano di censire lo stato dei torinesi e, se morti, di scoprire se la causa fosse stata la peste oppure no. Comandi che non potevano per\u00f2 pi\u00f9 essere eseguiti, tale era il caos che regnava a Torino.<\/p>\n<div id=\"attachment_2448\" style=\"width: 873px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-2448\" class=\"size-large wp-image-2448\" src=\"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Torino_1500-1600_vista_dallalto-863x1024.jpg\" alt=\"peste\" width=\"863\" height=\"1024\" \/><p id=\"caption-attachment-2448\" class=\"wp-caption-text\">Torino, tra Cinquecento e Seicento.<\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>Saltano le regole<\/h3>\n<p>La mancanza di un forte potere in citt\u00e0 favor\u00ec i ladri e i criminali. Furti e ruberie erano all\u2019ordine del giorno, tanto che il medico Emanuel Roncino lasci\u00f2 appositamente un cadavere nel letto della sua casa in collina perch\u00e9 servisse come \u00abantifurto\u00bb contro la soldataglia tedesca, solita svaligiare appartamenti. La corruzione era visibile a tutti i livelli: anche i magistrati, infatti, invece di impartire pene corporali sanzionavano i reati con pene pecuniarie, intascandosi i soldi. I morti, coperti da lenzuola, venivano abbandonati ai lati delle strette strade medievali, spaventando anche i cavalli che malvolentieri si avventuravano tra quei mucchi maleodoranti. Fiochetto racconta che, esasperato dai miasmi, si rivolse ai beccamorti ricordando loro chi lui fosse e intimandoli a liberare la strada davanti casa sua; questi procedettero a caricare i cadaveri sui carri liberando la zona. Non appena la notizia si sparse furono per\u00f2 i suoi vicini ad ammucchiare i cadaveri davanti casa sua, sicuri, in questo modo, di vederli portati via, sconcertando il protomedico che si ritrov\u00f2 nella stessa situazione miasmatica di partenza.<\/p>\n<p>Come poi spesso accade, la morte incombente gener\u00f2 una voglia di vita incontrollabile: Fiochetto racconta che appena \u00abin questa [casa] il cadavere del marito era in strada e nell\u2019altra [casa] quello della moglie, che si trovavano pronti uomini e donne a riscaldar il letto del morto non ancora ben raffreddato, con manifesto pericolo\u00bb. Il dato, riportato anche da Alessandro Barbero nella sua <em>Storia del Piemonte<\/em>, \u00e8 quello di cinquecento licenze di matrimonio rilasciate nella sola Torino: un numero molto alto, che coglie in pieno il desiderio di vita con cui i torinesi provarono a contrastare il flagello. Una pratica che si rivel\u00f2 per\u00f2 controproducente se, come scrive Fiochetto, molti di questi secondi matrimoni durarono solo poche settimane, se non pochi giorni, prima della morte di uno dei due coniugi. Oltre a queste situazioni, alcuni nuclei familiari dovettero abbandonare al proprio destino vecchi o bambini, a causa del poco sostentamento disponibile, mentre altri non ressero la pressione psicologica degli eventi: \u00abalcuni non potendo superar se stessi nel pensiero della variet\u00e0 di tante calamit\u00e0 accoppiate insieme stavano due, tre e quattro giorni e notti in piedi appoggiati alle muraglie, senza mangiar e bere e senza parlare, come astratti e attoniti, mirando hor il Cielo, hor la Terra, hor a man destra, hor a sinistra, fin che mancandogli le forze snervate in parte dal male, muti, con una subita caduta rendevano l\u2019anima\u00bb.<\/p>\n<div id=\"attachment_2449\" style=\"width: 1034px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-2449\" class=\"size-large wp-image-2449\" src=\"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Atlas_Van_der_Hagen-KW1049B12_054-AVGUSTAE_TAVRINORVM_PROSPECTUS-1024x476.jpeg\" alt=\"peste\" width=\"1024\" height=\"476\" \/><p id=\"caption-attachment-2449\" class=\"wp-caption-text\">Una mappa di Torino a volo di uccello.<\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>I lazzaretti<\/h3>\n<p>Nonostante i molti problemi che fu chiamata ad affrontare, la citt\u00e0 riusc\u00ec a organizzare dei lazzaretti, che Fiochetto ricorda al di l\u00e0 della Dora. Un totale di sei lazzeretti dove le persone erano divise tra sospetti e malati, tra (ovviamente) poveri e non poveri. Anche qui, nonostante si fosse fuori dalle mura, la corruzione era all\u2019ordine del giorno: c\u2019erano casi in cui il personale sanitario, bench\u00e9 retribuito dalla municipalit\u00e0, non si presentava a svolgere il proprio mestiere, casi di furti di cibo riservato ai malati, appropriazioni indebite e cos\u00ec via. Con l\u2019arrivo dell\u2019autunno, il comune decise di spostare i malati dentro le mura, al palazzo dei Carelli nell\u2019isola di Santa Francesca (oggi delimitato da via Alfieri, via Arsenale, via Lascaris e via San Francesco d\u2019Assisi): milleduecento persone, sempre stando al Fiochetto, vi furono richiuse. Il palazzo fu scelto per due ragioni determinanti: in primo luogo perch\u00e9 facile da controllare per i picchetti di guardia ai cancelli, in secondo luogo perch\u00e9 esposto ai quattro venti, favorendo cos\u00ec l\u2019areazione delle stanze. Una tra le prime raccomandazioni che i medici davano ai malati, infatti, era di areare e profumare il pi\u00f9 possibile le stanze in cui si viveva. A quel punto fu ordinato di distruggere le strutture temporanee al di l\u00e0 della Dora, ma, anche in questo caso, molti materiali, dai legni ai materassi, furono sottratti ai roghi per essere successivamente rivenduti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3>Verso la fine<\/h3>\n<p>Nonostante tutto, gi\u00e0 il 13 settembre era stato possibile riformare un consiglio cittadino, che continu\u00f2 a riunirsi nei giardini e in ambienti aperti: prima tra la Porta Nuova e la Cittadella, poi nel giardino del conte Cernusco, poi nel giardino del palazzo dell\u2019albergo di Virt\u00f9 e infine, entrando nell\u2019inverno e diminuendo il contagio, nel palazzo messo a disposizione dal cardinale Maurizio di Savoia. Quando nell\u2019aprile 1631 il morbo diede nuovi importanti segni di presenza in citt\u00e0, il municipio impose una nuova quarantena che scaten\u00f2, ancora una volta, la fuga dei ricchi e dei benestanti. Ma la situazione questa volta rimase sotto controllo e a luglio il male sembrava scomparso.<br \/>\nNonostante Fiochetto avesse gi\u00e0 vissuto la peste del 1599-1600 e la sua coda successiva, quella del 1630 colp\u00ec maggiormente il suo spirito, attraverso scene che \u00abmai Euripide ne altro scrittor tragico, antico e moderno, seppe di gran lunga finger simili, ne verdico istorico ebbe soggetto, col quale potesse ne sapesse arrivare a descrivere altra Historia priena di compassione, qual \u00e8 quella presente\u00bb.<\/p>\n<div id=\"attachment_2452\" style=\"width: 682px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-2452\" class=\"size-large wp-image-2452\" src=\"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Fiochetto_Trattato_della_peste_1631-672x1024.jpg\" alt=\"peste\" width=\"672\" height=\"1024\" \/><p id=\"caption-attachment-2452\" class=\"wp-caption-text\">Il frontespizio dell&#8217;opera di Fiochetto.<\/p><\/div>\n<h3>In conclusione: un reperto di storia della medicina.<\/h3>\n<p>Fiochetto conosceva e condivideva le ricerche pi\u00f9 aggiornate del suo tempo: quelle di Girolamo Fracastoro (1476\/78-1553), che aveva indirizzato la ricerca medica sulla fonte dei contagi, rintracciandola in uno scambio di corpuscoli da individuo a individuo, e quelle di Giovanni Filippo Ingrassia (1510-1580), anche lui convinto che i contagi si sviluppassero per contatti tra individui. E proprio l\u2019opera di quest\u2019ultimo, l\u2019<em>Informatione del pestifero, et contagioso morbo, il quale affligge et have afflitto la citt\u00e0 di Palermo et molte altre citt\u00e0 e terre di questo Regno di Sicilia nell\u2019anno 1575 e 1576<\/em>, \u00e8 il testo con cui Fiochetto si confronta pi\u00f9 spesso nelle pagine del suo saggio, specie per quanto concerne la quarantena e l\u2019isolamento dei malati. Tuttavia, il quadro generale in cui si muove il protomedico sabaudo \u00e8 ancora quello stabilito dalla tradizione classica, da Galeno in poi. Questo, che ai nostri occhi pu\u00f2 sembrare un controsenso, \u00e8 in realt\u00e0 un passaggio essenziale nella storia della medicina tra Cinquecento e inizio Seicento, dove le nuove teorie arricchiscono il quadro delle conoscenze acquisite senza metterlo in discussione <em>in toto<\/em>. Cos\u00ec Fiochetto, se da un lato pu\u00f2 abbandonare la credenza passata che vedeva nella pandemia una rottura dell\u2019equilibrio del cosmo e dell\u2019armonia prestabilita (\u00abmaligno influsso causato da infortuanti aspetti de corpi celesti\u00bb), dall\u2019altro non pu\u00f2 che ricercare l\u2019inizio della catena contagiosa nella corruzione dei cibi e delle acque, nonch\u00e9 incasellare i diversi sintomi della peste nella pi\u00f9 classica delle teorie degli umori di ascendenza galenica. Per esempio i collerici, caratterizzati da un eccesso di bile gialla, quando colpiti dal morbo presentano \u00abgli occhi infiammati, sono inquieti, non dormono, delirano, sentono dolore e puntura e dolori intollerabili allo stomaco; a questo seguono fastidio di stomaco, nausea, vomito, sudori ora caldi e ora freddi\u00bb ma soprattutto una sete inestinguibile, che li fa precipitare nei fiumi o nei pozzi \u00abcome segu\u00ec ai Lanzatetti di Torino, vicino al fiume Dora, al cherico di San Giovanni Battista (chiesa cattedrale), Giovanni Antonio Bogio [\u2026] si precipit\u00f2 dal ponte di detto fiume nell\u2019acqua e s\u2019affoggo\u00bb. Seguendo questo quadro teorico Fiochetto non pu\u00f2 che incasellare i sani nella categoria degli uomini di temperamento freddo, caratterizzati da vene e arterie \u00abanguste\u00bb, nelle quali il morbo difficilmente accede.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La peste del 1630 colp\u00ec Torino con violenza, lasciando la citt\u00e0 abbandonata a s\u00e9 stessa dalle autorit\u00e0 che fuggirono. Un\u00a0evento drammatico da cui la citt\u00e0 seppe rialzarsi prontamente, ricordato come\u00a0la\u00a0\u00abpeste di Bellezia\u00bb, dal nome del sindaco che rimase, nonostante tutto, ad amministrare la citt\u00e0. Di Roberto Bamberga<\/p>\n","protected":false},"author":6,"featured_media":2447,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[2],"tags":[207,114],"acf":[],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/Paul_F\u00fcrst_Der_Doctor_Schnabel_von_Rom_Holl\u00e4nder_version-e1585500998141.png","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2444"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/users\/6"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2444"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2444\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2459,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2444\/revisions\/2459"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2447"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2444"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2444"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.edizionidelcapricorno.it\/chirone\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2444"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}