Il Po oggi è un fiume per navigare, ma anche per pedalare lungo argini pensili e canali cercando lo spirito del Po. Un fiume per perdersi nei mille borghi tra ristorantini e chiese romaniche, abbazie, castelli e parchi sontuosi. Ma anche un fiume per camminare esplorandone a piedi i luoghi più segreti.
Di Aldo Molino, Rosa Maria Bonaffino.
I geografi antichi identificarono il Po con Eridano, il fiume di tante leggende, che in origine indicava il mitico corso d’acqua situato ai confini del mondo conosciuto mediterraneo. I Romani lo chiamarono Padus e i Liguri Bodincus, il «profondo». Il mito racconta degli Argonauti, che risalirono il fiume con la loro nave per poi scendere lungo il Rodano sino al mare: la cosa non è così inverosimile, perché risalendo Po, Ticino e laghi prealpini e superato il passo di Novena, rimangono pochi chilometri a separare dal corso del fiume francese (e Apollonio Rodio racconta come gli Argonauti, nel deserto della Libia, smontassero la nave per portarla a spalle per dodici giorni). Altre leggende narrano dei viaggi di Ercole Graio (che diretto al giardino delle Esperidi attraversò le Alpi che da lui presero il nome) e delle imprudenze di Fetonte (caduto con il suo carro di fuoco nel delta del fiume). Per i conquistatori romani il fiume fu Padus forse dal nome di una certa resina ricavata da pini che crescevano lungo le sue sponde. Era invece resina fossile quella proveniente dalle coste del Mar Baltico lungo la via commerciale che attraversava le Alpi e che, grazie anche alla grande via d’acqua, scendeva verso l’Europa meridionale. Non per niente alle foci del Po esisteva l’isola dell’ambra, Elettride per i Greci, e (ecco il mito che torna) lacrime d’ambra sgorgarono dai pioppi in cui furono trasformate le Eliadi, sorelle dello sfortunato Fetonte. Sempre nel delta fiorì Spina, emporio etrusco dove avevano luogo gli scambi commerciali tra nord e sud del mondo allora conosciuto, prima che l’avanzamento della linea di costa causasse l’interramento del suo porto.

Il Po ha disegnato nei secoli la natura intorno a sé.
La carta d’identità
Un bacino di 71.000 chilometri quadrati, quello del Po, una lunghezza del fiume di 652 chilometri misurati dalla sua sorgente ufficiale al Pian del Re fino alle estreme barene di Scano Boa, in Veneto: 450 chilometri in linea d’aria, più o meno lungo il 45° parallelo. Di questi chilometri poco più di 250 si snodano in Piemonte e i restanti si dipanano tra Lombardia, Emilia, Veneto e Romagna. Il destino del Po è in qualche modo legato alla «sua» montagna, il Monviso, immenso monolito naturale che si scorge da molto lontano, non solo da Milano ma addirittura da Bergamo. E il grande fiume non poteva che nascere che dalla base di questa grande vetta. La Pianura Padana è una delle terre più fertili al mondo, che al fiume e ai suoi affluenti deve tutto, ma è anche una terra in continua trasformazione. Le grandi piene hanno fatto del Po un corso d’acqua pensile, che scorre per lunghi tratti a un livello maggiore della campagna circostante, come si può ben vedere percorrendone gli argini. Un fiume che molte volte, nel corso della sua storia, ha cambiato percorso ora attardandosi in complicati meandri, ora suddividendosi in numerosi bracci. Talvolta insofferente alle costrizioni, si è ribellato causando disastri biblici.

Barche a lato del fiume.
Uomini e natura
Gli uomini hanno avuto un ruolo determinante nella sua storia, costruendo argini ma anche rettificando percorsi o bonificando paludi. Poco per volta, quella che era una selva si è andata trasformando nella più importante area agricola della nostra penisola. La perdita di naturalità è però stata drammatica. Prosciugate le aree umide, in molti luoghi cementificate le sponde, abbattuti i boschi planiziali sostituiti da monotoni filari di pioppi, sacrificate all’espansione edilizia enormi aree (dicono fonti statistiche che la celebrata pianura parmense, terra di eccellenze alimentari, è urbanizzata e perduta per sempre quasi per metà). E l’inquinamento delle acque: i veleni riversati nel fiume non si contano; alcuni sono subdoli, invisibili ma molto pericolosi: pesticidi vari, atrazina, diossina, antibiotici, metalli pesanti e, da poco, anche cocaina. Residui di una società che sembra lanciata verso la propria distruzione tra l’indifferenza di molti e la compiaciuta sufficienza dei negazionisti. Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso la situazione era particolarmente drammatica. Solo alle sorgenti, alle falde del Monviso, si poteva ancora parlare di naturalità, altrimenti poco rimaneva degli habitat originari. Estinto il castoro europeo, spariti la lontra, lo storione, le cicogne, scomparse molte specie vegetali. Poi, grazie a una maggiore sensibilità ambientale, sono state istituite alcune aree protette e si sono avviati lavori di rinaturalizzazione, che hanno portato a creare nuove aree umide in cui uccelli e anfibi possono riprodursi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, alcune specie sono ricomparse mentre altre sono aumentate di numero. Ma della natura primigenia non restano che pochi frammenti, a ricordarci la sua esuberanza al tempo in cui le acque erano libere di divagare e le immense foreste ospitavano uri e bisonti.

Uno degli animaletti che abitano a poca distanza dal fiume.
I parchi e le biosfere
Nessun parco nazionale è stato istituito a tutela del grande fiume (è presente una sola riserva statale, quella del Bosco della Mesola, dove sopravvive l’ultimo nucleo di cervi autoctoni padani), nonostante le numerose sollecitazioni delle associazioni ambientaliste: gli interessi economici, come sempre, hanno la meglio su quelli naturalistici. Due parchi regionali si contendono la parte inferiore del corso del Po, quella con la natura più interessante e ancora in continuo divenire: il parco del Delta Veneto e quello del Delta Emiliano-Romagnolo. Quest’ultimo, istituito con la legge regionale n. 27 del 2 luglio 1988, con i suoi 60.000 ettari è uno dei più estesi parchi regionali e interessa una parte significativa del territorio regionale dell’Emilia-Romagna, includendo il corso del Po di Goro e il delta storico con le foci del Reno, del Lamone, dei Fiumi Uniti, del Bevano, le residue zone umide salmastre della costa adriatica e dell’immediato entroterra quali la sacca di Goro, le valli di Comacchio, le saline di Cervia, le zone umide interne di acqua dolce come le valli di Argenta e Ostellato e pinete come quelle di San Vitale e Classe.

Un altro abitante del grande fiume.
Il delta
Il delta è considerato uno dei siti più importanti d’Europa per il birdwatching, con oltre 310 specie segnalate, di cui 152 nidificanti e176 svernanti. A tale proposito è consigliabile portare con sé un volumetto delle specie di uccelli da consultare, in modo da poter identificare con più precisione quelle avvistate. Altri parchi sono stati istituiti a salvaguardia dei principali affluenti del Po (Sesia, Ticino, Adda, Oglio, Mincio, Parma), che comprendono anche le zone di confluenza con esso, aree che poiché meno adatte alle attività antropiche sono meno compromesse. E poi vi è un mosaico di piccole e piccolissime aree protette istituite ai sensi delle leggi vigenti nelle Regioni rivierasche. Aree pubbliche e private, biotopi, PLIS, oasi faunistiche, riserve orientate. Un cenno a parte merita la complessa vicenda della Rete Natura 2000, che prevede in attuazione delle direttive habitat e uccelli l’istituzione di SIC (siti di interesse comunitario) e ZPS (zone a protezione speciale) destinate ad essere trasformate in ZSC (zone speciali di conservazione: sono quei siti d’importanza comunitaria in cui sono state applicate le misure di conservazione necessarie). Un cenno che esula dalle aree di pertinenza di questo libro riguarda il Piemonte: il Monviso, dal 2016, è parco naturale regionale ma anche riserva della biosfera secondo il programma MaB (Man and Biosphere) che comprende l’alta valle del fiume il celebre bosco di cembri dell’Alevè. Altre riserve naturali tutelano in territorio subalpino l’asta fluviale da Paesana a Valenza suddivise amministrativamente fra tre enti di gestione.





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