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A cent’anni dalla nascita dell’Associazione Nazionale Alpini
28 Maggio 2019

L’Associazione Nazionale Alpini in cent’anni di attività ha visto i suoi membri impegnati in un conflitto mondiale e inviati nelle missioni ONU, si è distinta per la solidarietà e la prontezza con cui ha reagito alle emergenze che hanno colpito il nostro Paese. Questo l’inizio della sua storia.

Di Gianni Oliva.

L’Associazione Nazionale Alpini sorse a Milano nel 1919 ad opera di un gruppo di alpini reduci della guerra 1915-1918.Nella primavera di quell’anno alcuni di essi si riuniscono abitualmente in una birreria di Milano; hanno tutti qualche ferita addosso, dell’azzurro sul petto, pochi quattrini in tasca ed un profondo senso di delusione per la crisi politico-morale nella quale sta cadendo l’Italia, dopo la pur vittoriosa conclusione della guerra, della quale, a buon diritto, essi sono orgogliosi.Rievocando i ricordi di guerra affermano il proposito di mantenersi uniti, come lo erano in trincea tra i disagi e le privazioni, affratellati dal comune ideale. (Emilio Faldella, Storia delle truppe alpine 1872-1972, Cavallotti-Landoni, Milano 1972, vol.III, p.1919).

Così Emilio Faldella, nella sua monumentale Storia delle truppe alpine (opera di oltre 2000 pagine, in tre volumi, voluta dall’ANA nel 1972, nel centenario della fondazione delle prime compagnie alpine), racconta la nascita di un’associazione d’arma destinata a durare nel tempo e a diventare la più importante realtà aggregativa italiana per consistenza numerica, solidità organizzativa e capacità di mobilitazione.

alpini

 

I reduci Alpini in una birreria di Milano

Animatori delle prime riunioni nella birreria milanese Spaten Brau sono il colonnello avvocato Ugo Pizzagalli, segretario generale del Comune di Milano, il capitano ragionier Arturo Andreoletti e Angelo Colombo, proprietario e gestore della birreria: accanto a loro, ufficiali di complemento, sottufficiali e soldati che hanno militato nelle truppe alpine, reduci dell’Ortigara, del Grappa, del Pasubio. L’obiettivo comune è conservare e valorizzare la memoria di ciò che è accaduto: per qualcuno c’è la consapevolezza del significato politico che il combattentismo può assumere nell’Italia inquieta del dopoguerra, per altri c’è soprattutto il senso di rispetto per chi è caduto.

Il 12 giugno 1919 si tiene la prima riunione operativa, con la partecipazione di una trentina di persone che s’incontrano presso la sezione milanese del Club Alpino Italiano e condividono un concetto fondamentale: permettere l’iscrizione alla futura associazione, che dovrà valorizzare in chiave patriottica le tradizioni e i valori «alpini», non solo a chi ha fatto l’Alpino durante la Grande Guerra o negli anni precedenti, ma anche a quanti sarebbero stati chiamati in futuro a prestare servizio di leva nelle truppe alpine. È il concetto della «continuità associativa del sodalizio», destinato a fare la fortuna dell’Associazione Nazionale Alpini, (ANA): non solo reducismo, ma saldo ancoraggio al presente, perché la forza del ricordo sta nella sua capacità di seguire l’evoluzione dei tempi.Quindi, tutti insieme, Alpini di ieri, di oggi e di domani, e con loro artiglieri da montagna, genieri e trasmettitori alpini, addetti ai servizi; ufficiali, sottufficiali, graduati di truppa, soldati: insomma, tutti coloro che hanno prestano servizio militare con la penna nera sul cappello.

alpini

Artiglieria degli Alpini in azione durante la Prima guerra mondiale. Foto via Wikimedia Commons.

 

E al ristorante Grande Italia

Tre settimane più tardi, il progetto diventa realtà: la sera di martedì 8 luglio, in una sala dell’Associazione Capomastri di via Felice Cavallotti, sessanta reduci sottoscrivono la costituzione ufficiale dell’Associazione Nazionale Alpini, approvano il primo statuto sociale ed eleggono all’unanimità, per alzata di mano, il consiglio direttivo. Presidente è il maggiore Daniele Crespi (milanese nato nel 1878, alpino del «Vestone», deputato del regno), vicepresidente il capitano Arturo Andreoletti; nei giorni successivi si provvede a trovare una sede, individuata in un locale del ristorante Grande Italia, a due passi dal Duomo, nel pieno centro di Milano.

ristorante grande italia

Il ristorante Grande Italia, in una foto d’epoca.

La notizia della costituzione dell’ANA si sparge ben presto in Lombardia e nelle altre regioni di reclutamento alpino: due numeri unici destinati ai reduci Alpini, Fiamme verdi e Ocio alla penna (su cui scrivono, tra gli altri, firme illustri del mondo politico e intellettuale del tempo, come il futuro presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, il suo sottosegretario alla Presidenza Giuseppe Bevione, il giornalista Guido Rey), esauriscono in pochi giorni tirature di diverse migliaia di copie.L’idea piace: con la nuova associazione si possono ricordare insieme la guerra e le montagne, i commilitoni morti e le imprese generose, le tradizioni militari e la cultura alpina. È un’occasione per incontrarsi, per scambiare i discorsi da reduci, per organizzare una presenza sul territorio. Se il Club Alpino Italiano (fondato nel 1863 da Quintino Sella) è all’epoca un’associazione elitaria di appassionati della montagna di estrazione borghese, l’ANA può invece diventare il riferimento trasversale di una platea assai più vasta, nella quale s’incontrano il vecio e il bocia che non sono andati oltre la terza elementare, il sergente che ha fatto la scuola tecnica, l’ufficiale diplomato o laureato. 

alpini

Reparti Alpini in combattimento durante la Prima guerra mondiale. Foto via Wikimedia Commons.

 

La capillarizzazione sul territorio

Nella sede di Milano arrivano in poco tempo richieste di adesione dal Trentino, dal Piemonte, dal Veneto, dalla Valle d’Aosta: sono giovani Alpini congedati dalle trincee dopo il 4 novembre, ma anche qualche reduce delle campagne d’Africa e delle prime compagnie, che si propongono come nuovi soci suggestionati dall’idea di valorizzare la propria esperienza di naja o di guerra coniugandola con la «cultura» delle Alpi. Lo statuto approvato l’8 luglio si rivela subito troppo restrittivo perché non prevede l’articolazione territoriale, ma i soci fondatori provvedono con le dovute variazioni: dapprima viene introdotta la possibilità di costituire sezioni, di norma allocate nei capoluoghi di provincia, quindi si prevede la creazione di gruppi costituiti nei comuni con una rappresentanza locale della sezione. Si concretizza così la capillarizzazione sul territorio, con un’associazione che ha un presidente e un consiglio direttivo nazionale, a garanzia di coordinamento e unitarietà di indirizzo, ma che «vive» nelle vallate e nelle aree di reclutamento alpino attraverso i Gruppi e le Sezioni.
I 60 soci fondatori dell’estate 1919 a fine anno sono già saliti a oltre 800 iscritti, l’anno successivo diventano 2800, nel 1921 5000, nel 1922 superano gli 8000. L’idea è vincente, e la struttura organizzativa adottata è una felice intuizione che corrisponde alle caratteristiche territoriali del corpo.

Vuoi approfondire? Clicca qui.

alpiniesercito italiano
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