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Erice
29 Luglio 2025

Erice: Da Enea al Medioevo, culla di storia e leggende.

Di Marcella Croce.

Erice è nell’estrema propaggine della Sicilia occidentale, la dove c’è una montagna che si erge isolata a 751 m sul mare, visibile a grande distanza. Una montagna che attira su di sé qualsiasi nuvola presente sul territorio, creando un deciso cambiamento climatico in ogni stagione dell’anno. Una postazione di grande sicurezza dovettero giudicarla gli antichi, che ne elessero la cima a loro residenza: sembra che sia la più antica città siciliana preistorica tuttora esistente. Ai piedi del monte il piccolo approdo di Drepanon («falce» in greco) faceva il palo all’altra «falce» di Zancle (termine di origine sicula) nell’estremità nord-orientale dell’isola: oggi Trapani e Messina rispettivamente.

La storia e il mito

Fin dalla più lontana preistoria la presenza della montagna ispirò miti di ogni tipo, fino al più cruento: su istigazione della madre Gea, Crono avrebbe evirato il padre Urano e, gettando in mare i genitali, avrebbe dato origine alle isole Egadi. In tempi meno remoti Enea, profugo di Troia, sarebbe stato ospite di Aceste re di Erice e sul litorale riposerebbero le spoglie del padre Anchise, in onore del quale Enea inaugurò i ludi, come riferisce l’Eneide.

Lungo il versante settentrionale di Erice sopravvivono in buono stato di conservazione circa 700 m delle mura ciclopiche elimo-puniche, costruite fra il IX e il VII sec a.C., con iscrizioni in lettere fenicie non decifrabili con facilità, 16 torri e alcune postierle. Nel 1167, in epoca normanna, la città e il monte furono chiamati Monte San Giuliano, e infine nel 1934 il regime fascista rispolverò l’antico nome elimo del mitico fondatore Erice, il figlio di Afrodite e Bute, re degli Elimi poi ucciso da Eracle.

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Trapani e le Egadi dalla funivia per Erice (foto di Marcella Croce).

La visita

La funivia collega Erice con Trapani offrendo panorami mozzafiato, con l’estremità della falce di Trapani tutta protesa verso le isole Egadi. Per scoraggiare il ricordo dei riti pagani che erano stati officiati nel tempio di Venere, vi fu eretto sopra il castello; la Chiesa Madre di Erice, costruita nella prima metà del XIV secolo per volontà di Federico d’Aragona, è posizionata non al centro della città, come di solito accade, ma vicino alla porta Trapani, in una zona quindi diametralmente opposta al castello. Costruita con le stesse pietre del tempio di Venere, distrutto per volere di Federico, nella parete sud del sagrato ha nove croci greche in marmo provenienti dal tempio; indulgenze papali erano concesse a coloro che partecipassero agli osanna per la Madonna, distogliendoli dalle pratiche in omaggio a Venere.

Il bellissimo campanile gotico, costruito prima della chiesa, fu per lungo tempo carcere giurisdizionale del foro cattolico, con tre sale isolate raggiungibili solo con scale di legno. L’interno della chiesa è stato restaurato in stile neogotico nel Diciannovesimo secolo.

Siamo ai limiti dell’abitato, non lontani dalla Giudecca di Erice, che usufruiva di un cimitero fuori dalle mura. Gli ebrei che avevano scelto la conversione per rimanere in Sicilia dopo l’espulsione del 1492 venivano obbligati a un atto di devozione forzata spazzando le strade dove doveva passare la processione del Venerdì Santo, mentre la vicina via Deserta ricorda il vuoto che tutti gli altri ebrei in esilio avevano lasciato in città.

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La cattedrale (foto di Marcella Croce).

Proseguendo verso sud, in una posizione che vista dall’alto sembra precaria e raggiungibile con difficoltà, si nota la torretta Pepoli (1870) di gusto moresco medievaleggiante. Il conte Agostino Pepoli ricostruì nel 1875-85 le torri difensive del castello quando fu ristrutturata l’area del Balio (dal bajulo, governatore normanno), di sicuro uno dei più bei giardini comunali d’Italia grazie alla sua posizione panoramica.

Il castello di Venere

Come già menzionato, il castello di Venere fu costruito sulle rovine dei santuari dedicati alla dea dell’amore che Fenici, Greci e Romani chiamarono Astarte, Afrodite e Venere. Dal castello partivano le colombe dirette al tempio di Astarte a Sicca Veneria in Africa, mentre nel recinto sacro del temenos c’è ancora il pozzo sacro dove secondo il mito Venere faceva il bagno in latte d’asina, ma che molto più prosaicamente era forse solo un contenitore per il grano o una cisterna. Ciò che rese la Venere Ericina famosissima in tutto il mondo antico erano i riti cui le sue sacerdotesse ierodoule, cioè «prostitute sacre», si sottoponevano con passione in cambio di donativi per la dea.

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Il castello di Venere (foto di Marcella Croce).

Sempre screditati da Greci e Romani, si diceva che i Fenici sacrificassero i primogeniti delle ierodoule e che uccidessero i loro amanti non graditi alla dea. Il culto di Venere, che sopravvisse fino al XIV secolo, fu fieramente combattuto dalla Chiesa Cattolica che vi sovrappose quello della patrona Madonna di Custonaci. L’imperatore Carlo V fece mettere l’aquila degli Asburgo sul portale principale del castello, che fu utilizzato come carcere fino al 1940, ed era un tempo collegato con le torri medievali tramite un ponte levatoio.

Nel centro storico, con le sue caratteristiche straduzze acciottolate, si possono visitare altre chiese: tra quelle in rovina e quelle esistenti nel centro storico se ne contano nel circondario di Erice circa 60, costruite tra il XII e il XVII secolo. Nella chiesa di San Giuliano sono custoditi i gruppi dei Misteri che vanno in processione il pomeriggio del Venerdì Santo con statue realizzate in legno, tela e colla, una tecnica che solo Erice condivide con Trapani e che fu importata dalla città spagnola di Valladolid.

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La processione dei Misteri del Venerdì Santo (foto di Marcella Croce).

Musei, conventi e…

Si consiglia anche la visita al Polo Museale «A. Cordici», che è stato trasferito nei nuovi e più ampi locali dell’ex convento del terz’ordine di San Francesco e che è diviso nelle sezioni archeologica, arti decorative, delle armi, dipinti-sculture e dell’arte contemporanea. Con i suoi cinque conventi di clausura, Erice era uno dei centri principali di produzione dolciaria siciliana. I conventi ericini sono oggi tutti vuoti, ma le vetrine delle pasticcerie di Maria Grammatico sono ancora piene dei loro famosi dolci.

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Maria Grammatico nella sua pasticceria (foto di Marcella Croce).

Maria Grammatico li confeziona di persona, secondo le antiche ricette apprese nell’orfanotrofio di terziarie francescane di San Carlo, dove ha passato quindici anni della sua gioventù dopo la morte del padre. Maria aveva dieci anni quando divenne orfana e varcò la soglia del convento di San Carlo, all’incirca nello stesso periodo in cui Carlo Levi descrisse i dolci di Erice in Le parole sono pietre. Ascoltando la storia di Maria, ci si rende conto che a Erice nel 1952 si viveva ancora in pieno Medioevo. Uscita dal convento senz’altro tesoro che i segreti di quello che sarebbe stato il suo mestiere, Maria ha aperto la sua prima pasticceria nel 1967. Un tempo le mandorle erano lavorate tutte a mano, adesso sono macinate in piccole impastatrici meccaniche, ma il risultato è altrettanto sublime.

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