Dogliani, la terza Langa. Il paese di Luigi Einaudi e del dolcetto, ma anche di un architetto visionario e misconosciuto.
Di Nicola Gallino.
Dogliani ai profani di solito la si spiega così. Di qua l’opulenta e cosmopolita Bassa Langa di Barolo, tartufi e resort. Più su l’Alta Langa silenziosa di pini e noccioleti, pietra arenaria e la recente ricchezza delle bollicine metodo classico che ne prendono il nome: la risposta piemontese al Franciacorta. E poi c’è la terza Langa. Un paese-cerniera, una terra di mezzo che, a seconda del pendio che imbocchi come uno spartiacque al contrario, risale verso l’uno o l’altro universo.
Loro non si sentono albesi, città da cui li divide l’indole decisamente da contadini più che da mercanti, l’understatement anziché l’ostentazione, lo stare bene così anziché l’ansia di arrivare a tutti i costi. Ma si sentono antropologicamente diversi anche dai langhetti d’altura. A Dogliani sono già monregalesi. A unirli è la religione. Quella sacra (siamo in effetti in diocesi di Mondovì) e quella profana dell’uva, che qui ha un nome antico e leggendario: dolcetto.
Il dolcetto, pardon: il Dogliani
Le vigne abbracciano come un catino la distesa dei tetti e delle altane del paese. Svariano sui calanchi sospesi sulle anse del Tanaro tra Farigliano e Clavesana, s’inerpicano per i contrafforti guardati dalle torri del Monte Regale. Il dolcetto è noto dal Medioevo e già conosciuto e vendemmiato con questo nome fin dal 1593. Dal 2005 ha abbandonato il nome originario ed è diventato Dogliani DOCG. Una scelta coraggiosa per premiare il terroir e la qualità cancellando secoli di tradizione. Ma soprattutto per spiegare ai profani di cui sopra e magari agli stranieri che il Dolcetto non è un vino dolce, anche se qui incredibilmente lo accompagnano alla torta di nocciole come fanno anche con il Barolo, per dire.
Rosso complesso e generoso, è capace di aromi e declinazioni sorprendenti secondo l’esposizione e l’altitudine, che nei 19 comuni del disciplinare passa dai 250 metri di Monchiero ai quasi 800 di Murazzano. Speciale anche il microclima. Qui sui cartelli stradali «Savona» è più vicina che «Torino», e non c’è uno di qua che a vent’anni uscito dalla discoteca non sia andato a farsi caffè e brioche ad Alassio, quando non direttamente l’intera serata.
Il gradone di Dogliani aperto sulla pianura è un oracolo ambiguo. Ora è capace di inverni d’altri tempi, ora respira le brezze tiepide e saline del marìn, il vento della Riviera che scavalca l’Appennino e che qui tutti riconoscono dal profumo al primo refolo. Santuario del Dogliani è la Bottega del Vino, scavata nelle cantine ipogee dell’ex convento del Carmine sotto il municipio. Scendete. Sotto quelle voltine in mattone vi si aprirà un mondo. Decine di produttori declinano in mille sfumature una sola DOCG combinando le variabili della natura di pochi chilometri quadrati – la zolla, l’altitudine, l’esposizione – con le più sorprendenti interpretazioni umane del lavoro in vigna e in cantina.
Luigi Einaudi e l’Antonelli delle Langhe
Risaliamo in superficie. Sopra ci aspetta il borgo con i suoi due numi tutelari. Il presidente Luigi Einaudi, fra i primi ambasciatori del Dolcetto, che qui ha radici e tombe di famiglia, resort e tenute tuttora rifugio discreto dei discendenti. Il suo genius loci lo si respira nell’aria con l’austerità di una terza religione, quella civile del presidente-economista dalla schiena dritta. E poi quel personaggio bizzarro che è l’architetto Giovanni Battista Schellino (1818-1905), l’Antonelli delle Langhe. Suo capolavoro è il portale del cimitero che domina il paese: una quinta neogotica di guglie e pinnacoli rosso sangue che pare uscita dal pennello romantico di Caspar David Friedrich o da una fantasia dark di Tim Burton.

La biblioteca di Dogliani, dedicata a Luigi Einaudi dal figlio Giulio e progettata dallo Studio A/Z con Bruno Zevi.

L’ingresso del cimitero di Dogliani.
In ogni stagione è struggente bersi il tramonto arrampicati sulla panchina gigante in Borgo Castello con un calice controluce in mano. E ai primi di novembre al ponte dei Santi non mancherete l’Itinerario dell’Enovago: girare calice al collo da una cantina all’altra, passando dal buio brumoso della notte autunnale fra le colline alla luce e al calore conviviale di raviole e tajarin, fassona battuta a coltello e brasati serviti direttamente fra le botti e la musica dal vivo.
Nella piazza che ne prende il nome fermatevi alla Confraternita dell’Addolorata, costruita nel 1712 dall’architetto Francesco Gallo e classificata Monumento Nazionale. Sappiate che questa elegante chiesa in cotto era la sede della Confraternita del Santissimo Nome di Gesù e del Santo Crocefisso, in cui riuniscono le forze i gruppi già competitor dei Battuti Bianchi e dei Battuti Neri. Informatevi sui giorni d’apertura.
Dentro troverete gioielli sorprendenti come la Crocifissione dell’abside, opera del tardo Settecento di Pietro Cuniberti, una Santa Teresa d’Avila di Prospero Antonio Felice Maria Mallarini, interessante pittore nato nel 1761 a Carcare, nella val Bormida savonese, ma trasferitosi a Roma, dove diviene fra gli artisti più richiesti dall’entourage pontificio e dove muore nel 1838. Fra i suoi discendenti c’è – a sorpresa – papa Pio XII, Eugenio Pacelli. L’organo in balconata è della prima metà del Settecento, fra i pochissimi e preziosi superstiti in Piemonte e ancora tegumentato nella sua cassa barocca originale.
Verso Farigliano e Clavesana
Dirigiamoci verso Farigliano e Clavesana e risaliamo la strada di fondovalle. Fra i calanchi e le rughe del Tanaro serpeggiamo dolcemente verso Mondovì: un altro di quei paesaggi antichi di cui il Piemonte è dovizioso, cascine e ciabot abbandonati, borgate minuscole, dossi boscosi.
La piccola Bastia custodisce da sola due gioielli diversamente impressionanti. In basso la chiesa di San Fiorenzo con gli affreschi gotici dipinti da mani anonime nel 1472. Scene della Passione e una terribile visione dall’aldilà. Diavoloni spaventosi. Mostri e torture che sembrano usciti da un fumetto horror, la Cavalcata dei vizi con i peccatori messi a cavalcioni degli animali allegorici dei bestiari medievali e che poi finiscono inevitabilmente triturati dalle fauci di un bruttissimo demonio. Più su, molto più su, in un altro cielo, fra le ultime vigne protese sulla pianura come uno sperone, il Sacrario di San Bernardo consacrato nel 1949 alla memoria dei partigiani caduti nella guerra di liberazione. Che, da queste parti, è ancora la quarta intoccabile religione.





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