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Massimo Tallone, filosofo del noir
8 Maggio 2018

Intervista a Massimo Tallone a poche settimane dall’uscita del nuovo libro di Lola. Un’ottima occasione per parlare di romanzo, creazione letteraria e filosofia con un maestro del noir.

Di Filippo Losito.

Caro Massimo, siamo arrivati alla sesta avventura di Lola e al sesto sodalizio artistico con Biagio Carillo. Cominciamo dal titolo e dalle novità che presenta il prossimo romanzo.

Il sesto romanzo di Lola s’intitolerà «Le api dei Cappuccini» e ha due colpi di scena importanti, sia rispetto alla tradizione dei cinque romanzi precedenti, sia per la natura del romanzo in sé. Il primo potente colpo di scena è analogo ad alcune trovate di Conan Doyle per Shelock Holmes, e mi riferisco a un’improvvisa svolta nella gestione del personaggio, così inaspettata da far sobbalzare il lettore fin dalla prima pagina.

 

Il crime ha trovato nella serialità televisiva una collocazione ideale. La ripetizione tipica del seriale ha rinnovato i meccanismi del genere, consentendo un’esplorazione più ampia dei personaggi. C’è una grande differenza, per intenderci, tra La signora in giallo e The Night Of, dove oggetto del racconto non è tanto il crimine con la soluzione del caso, quanto l’evoluzione psicologica dei personaggi. Alla luce di ciò, come hai lavorato il personaggio di Lola?

Lola è stata concepita come un personaggio evolutivo: nel primo romanzo è una delinquente a tutti gli effetti – vuole fare soldi nell’illegalità e mette su una banda –, nel secondo decide di passare alla legalità, in un movimento che si compirà pienamente nel terzo libro. In questo movimento ascensionale c’è un’ispirazione dantesca ritmata in tre libri. Nel quarto romanzo Lola è braccata e deve dimostrare la propria innocenza, diventa la detective di sé stessa. Nel quinto, «La casa della mano bianca», viene chiamata a risolvere un caso: è una detective riconosciuta. Nel sesto romanzo, come ho detto, due colpi di scena scardineranno nuovamente la prospettiva di tranquillità a cui Lola sembra essere approdata.

Rispetto a questi modelli di cambiamento e, per usare un’espressione di Vonnegut, «curve di fortuna» del personaggio, quali sono i modelli letterari e cinematografici a cui ti sei ispirato?

I modelli ci sono senza dubbio, ma nel mio caso sono più che altro depositati nell’inconscio. Nella costruzione di un personaggio procedo come nella vita: mi incuriosisco in maniera oscena alla vita privata ed emotiva dell’altro. La figura di Lola è sempre viva in me e produce risposte emotive e comportamentali autonome. È come se fosse lei a costruire sé stessa nella stesura del testo narrativo. Lola si autodefinisce sulla base delle proprie azioni fin dalle prime pagine, proprio come noi esseri umani siamo il risultato di ciò che facciamo e diciamo, insieme di ciò che di traumatico ci portiamo dentro fin dall’infanzia. Siamo timidi o spavaldi sulla base degli stimoli e delle strutture ricevuti. Non è una predeterminazione, quanto un condizionamento ambientale.

«È vero, io sto con tre uomini, ma tutti e tre insieme non ne fanno uno». Ho scritto la frase su un taccuino e sotto mi sono appuntato: «l’ape regina». Così è nata Lola.

Se ripensi al momento della nascita di Lola, riconosci dei tratti comuni con l’ultima Lola?

In accordo con l’editore, Lola è nata come il personaggio di un libro autonomo, «Il postino di Superga». Solo in caso di successo editoriale si sarebbe pensato di farne una serie; e così è stato. La condizione che io e Carillo ci siamo posti prevedeva proprio questo movimento: come ottenere il senso di appartenenza verso una società attraverso l’adesione alla legalità.

 

L’inferno sono gli altri

«L’inferno sono gli altri» scriveva Sartre; gli altri che ci etichettano, che creano aspettative sui nostri comportamenti e, nel caso degli scrittori, sulla produzione artistica. Per gli altri tu sei Massimo Tallone il giallista. Ti riconosci in quest’etichetta?

Io cerco sempre di depistare nel momento in cui vengo trasformato in oggetto. Rifuggo l’etichetta di giallista o romanziere. Scrivo saggi proprio per smarrire la mia identità agli occhi del mondo: il mio vero obiettivo è non esistere, rifacendomi a Carmelo Bene. Esisto in differita in tanti modi e cerco di allontanare da me la terribile idea dell’identità. Quando mi dicono: «Lei è uno scrittore», io rispondo: «Guardi, in realtà sono stato un giocatore del Torino». E se mi danno del calciatore io obietto: «Ma che calciatore, io scrivo libri».

Le etichette, però, servono al mercato. Creano riconoscimento e, seppur semplificando e a volte perfino banalizzando, aiutano a vendere. Oggi essere riconosciuti è indispensabile. Come si pongono i tuoi editori di fronte al tuo rifuggire le definizioni?

So che la mia versione pubblica è una versione circoscritta e incorniciata; mi si vede come il giallista o lo scrittore. Fuori dalla cornice esistono almeno due Massimo Tallone. Il primo rifugge la dimensione pubblica e si nutre di tesori intimi e privati. Il secondo ama il palcoscenico e può fare a meno della vita privata. L’obiettivo di questo secondo Massimo Tallone è quello di lasciare qualcosa al mondo, nella forma della produzione artistica. È come lasciare un figlio. Ma poiché sono certo dell’infelicità intrinseca dell’esistere e del lato tragico dell’esistenza ho preferito evitare di infliggere la vita a qualcuno. Però sento il piacere e il dovere di lasciare qualche cosa al mondo. Perché sento l’obbligo morale di morire sereno, potendo dire «ho finito la mia opera». Già adesso, se ci penso, sento di aver raggiunto questo tipo di serenità; vado avanti per puro divertimento. Potrei morire tra un attimo, e non mi turberebbe.

A me un pochino: almeno prima finiamo l’intervista… La tua attitudine mi sembra possedere sia le virtù del contadino fossanese che vive inseguendo «pace e gioia», peraltro parte del tuo patrimonio genetico, sia quelle del filosofo antico.

Il pensiero stoico per me ha una grande importanza, così l’atarassia pirroniana. Il Tallone che scrive vuole morire sereno. Questo Tallone è un socievole antisociale; i fossanesi sono gentili d’animo e pronti ad ascoltare l’altro anche quando non sono davvero interessati. Io lo sono per vampiresca curiosità da scrittore: tutto ciò che umano e che sta fuori di me mi eccita, come diceva Terenzio. La mia è una socievolezza utilitaristica. Il Tallone che scrive invece non è né socievole né creatore di digressioni (anche se amo follemente Laurence Sterne e il suo «Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo»). Mi alzo sempre alla stessa ora – alle sette – e, vestito e sbarbato come dovessi uscire, alle sette e trentacinque mi siedo e inizio a scrivere, così posso ignorare il presente. Specialmente nei tre mesi in cui scrivo un romanzo non mi curo dell’attualità, che trovo vecchia, sempre uguale, logorante, ossessiva e ansiogena. Non posso sprecare tempo con il presente.

 

Il male e la ricerca della struttura

L’attualità è dunque una fonte di distrazione per il Tallone scrittore?

Durante il processo di scrittura non compro il giornale né accendo la televisione. E in ogni caso, anche quando mi occupo del presente, mi rendo conto che tutto ciò che succede è già successo, è una banale e replica stinta di fatti già accaduti. Il presente è stantio, mi annoia. Semmai attingo al presente in termini sociologici, perché lo scrittore di noir – e lo scrittore in genere, dato che anche Dostoevekij, Tolstoj, Cervantes e perfino Omero ragionavano così – ha il dovere di definire le forme del male così come si manifestano nel tempo e nello spazio. Il male c’è sempre, ed è come un fiume carsico che assume le forme dello spazio che incontra: se lo spazio è organizzato, accidentale o politicizzato, il male muta di conseguenza.

Restiamo ancora un attimo sul tempo della scrittura, perché lo scrittore vive varie dimensioni temporali. Esiste il tempo dell’uomo che ha una vita al di fuori della scrittura; il tempo dello scrittore che si alza, si veste e si siede a scrivere. E poi c’è il tempo del romanzo, il tempo della storia che si sovrappone al presente.

Il tempo del romanzo è un tempo importantissimo, ma non è la causa per cui io sto alla larga dal presente: io sto alla larga dal presente a priori, per essere il più possibile in contatto con il persistente, con ciò che resiste realmente oltre l’effimero delle notizie quotidiane. Il male, il bene, la salute, l’odio, la violenza: sono temi persistenti di cui il presente è pallida vibrazione.

 

Nei libri di Lola quali forme assume il male?

Ogni romanzo di Lola ha un cuore in cui si esplora un particolare tipo di male. In «Il postino di Superga» il male è costituito dal tentativo di usare la debolezza delle classi e delle persone più fragili per arricchirsi: furto e manipolazione; ne «La riva destra della Dora» il tema è il ricatto: c’è sempre un conto in sospeso con qualcuno; ne «La curva delle cento lire» il doping giovanile; ne «Le maschere di Lola» l’ambizione spinta ai suoi estremi; ne «La casa della mano bianca», il male è l’esposizione mediatica che risucchia l’identità. L’io pubblico fagocita la verità interiore. Nel nuovo libro si esplora l’eccesso d’amore: quanto si può essere violenti per amore?

Io sono amorale come un pezzo di granito o una foglia: osservo e trascrivo in base alla plausibilità dei miei personaggi. Esploro le forme dell’Essere.

Lola è stato un bivio per la tua carriera di scrittore?

Lola non è un bivio, è un normale esercizio di concentrazione. È nata da una delle mie attitudini ad avere varie antenne ricettive sulle umane cose. Ero in una trattoria toscana, in vacanza con mia moglie, quando ho udito la proprietaria, un donna muscolosa e atletica, parlare al telefono. Era sempre attorniata da tre uomini: uno era il suo ex; l’altro un signore che si occupava di finanze e il terzo un bellimbusto che ronzava da quelle parti. A un certo punto ha detto: «È vero, io sto con tre uomini, ma tutti e tre insieme non ne fanno uno». Ho scritto la frase su un taccuino e sotto mi sono appuntato: «l’ape regina». Così è nata Lola.

Lola è dunque destinata a non trovare mai l’amore della vita.

Chi lo sa. Lola è perennemente insoddisfatta; ha un amante in ogni romanzo. C’è una storia che dura un po’ di più, ma è un amore incompleto. E dunque la ricerca è destinata a perdurare.

 

A tu per tu con il personaggio

E tu sei innamorato del tuo personaggio? Come si coniuga questa forma d’amore con il sadismo che, in particolare nel noir, occorre possedere per porre i personaggi in situazioni sempre più difficili e compromettenti?

Credo che lo scrittore non possa essere né del tutto innamorato né esageratamente sadico con i propri personaggi. Kandinskij ha scritto: «La cosa più difficile in un quadro è la prima linea, tutte le altre sono obbligatorie». Tutto dipende dalla geometria interna, dallo spazio, dai cromatismi che si impongono una volta tracciata la prima linea. Così è per chi scrive. Non c’è la possibilità per lo scrittore di innamorarsi troppo dei propri personaggi. Ma c’è senza dubbio un aspetto sadico nel rinnovare costantemente i conflitti. E devo ammettere che adoro peggiorare situazioni già disperate, continuare ad alzare l’asticella del dramma.

Ti è mai capitato di avere la tentazione di infilare i tuoi personaggi in situazioni così disperate e di essere costretto a rinunciare alla scena perché non riuscivi a uscirne o meglio: a farlo uscire?

Capita spesso. In alcuni casi metto il personaggio in situazioni così estreme e irrisolvibili solo per misurarmi con la mia capacità di arrivare alla soluzione. Lo sforzo che impiego per ideare una soluzione corrisponde in misura proporzionale al piacere che il lettore proverà nel leggerla. Se le soluzioni sono blande, blanda sarà l’emozione del lettore. Mi è capitato, comunque, di dover buttare parti di un libro perché non riuscivo a trovare un’uscita.

Tu sei autore di un’altra serie di romanzi che hanno come protagonista un uomo che vive ai margini: il Cardo. Ci sono tratti comuni tra il Cardo e Lola? E tra questi e Massimo Tallone?

Penso che entrambi abbiano una sostanziale noia per l’esistenza. Lola è sorpresa dalla banalità della vita e la accetta. Il Cardo è sociofobico non vuole avere nome, bollette, contatti con il mondo organizzato. È troppo difficile essere civili. Lola è più evoluta, più sofisticata, intuisce in maniera meno diretta, ma la avverte, l’estrema vanità del tutto, di leopardiana memoria. Arretra davanti alla vita, ma non del tutto, quel poco che basta per non farsi catturare. Ci accomuna un lato contemplativo: l’osservazione distaccata delle cose e una certa imperturbabilità.

 

Per una filosofia del noir

Il giallo e il noir sono generi che spesso vengono sovrapposti e confusi per dinamiche narrative e ambientazioni. Qual è il serbatoio che ti è più affine, considerando che nei tuoi romanzi – così come nei grandi romanzi di genere – il crimine, l’omicidio e la risoluzione di un caso sono solo il motore narrativo di un’esplorazione più ampia?

A mio avviso il giallo è un oggetto semplice: l’obiettivo è il meccanismo attraverso cui il detective invita il lettore a giocare per capire chi è l’assassino. Si parte da una situazione di ordine, si affronta il disordine e alla fine il bilancio torna in pari e il libro assolve alla propria funzione consolatoria. Il noir è un oggetto letterario il cui obiettivo è esplorare le forme del male così come si manifestano nel tempo; non ha intenzioni consolatorie. L’anima del noir è esplorativa e va verso l’ignoto. Più ci si avvicina alla soluzione, più ci si addentra nelle paludi umane. L’indagine del noir produce radiografie che non lasciano scampo: il male esiste, è codificato e adattabile. Nel giallo il crimine è indispensabile, nel noir no: è il male l’oggetto dell’indagine e il male non si esprime solo nel crimine.

Qual è il confine tra bene e male nella tua produzione letteraria, considerando che il dibattito filosofico tra le due istanze non ha una soluzione? Qual è la postura morale che adotti nell’esercizio della scrittura?

Io sono amorale come un pezzo di granito o una foglia: osservo e trascrivo in base alla plausibilità dei miei personaggi. Esploro le forme dell’Essere. E siccome, a mio avviso, l’Essere è più malvagio che buono, fatalmente esploro le forme del male.

Siamo arrivati alla conclusione della nostra intervista e non potevo esimermi dal trattore un argomento che ti sta a cuore e che costituisce una cifra stilistica della tua scrittura: lo humor. L’incursione nel territorio del male non ti tiene lontano dalla ricorrenza all’umorismo come filtro del racconto, come contrappunto al dramma della vicenda. Come ti servi di questo strumento?

In un testo letterario l’ironia è l’equivalente dell’ammicco, fa fluire fra il lettore e il testo una confidenza in più, che la trama da sola non potrebbe avere, neanche se fosse opera di Nabokov. L’ironia si manifesta nel distacco, anche come strumento letterario, e infatti il lettore lo avverte come un passo esterno alla trama. Per questo viene spesso fraintesa. Per me si può essere ironici solo dopo aver assunto su di sé il peso del tragico, che è l’orizzonte delle umane cose. Altrimenti ci si trova nel territorio della comicità, che è un fenomeno puramente fisico. L’umorismo è una risalita: il tragico ti fa ridere se riesci a essere così filosoficamente distaccato da capire che tutto ciò che sta avvenendo in realtà è già avvenuto ed è già passato, perché la vita è talmente breve che tutto è già passato, che anche tu sei già morto. La letteratura invece persiste, dunque «lunga vita a Lola».

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