Il paese abbandonato di Narbona è stato chiamato la «Pompei delle valli occitane». Si tratta di un luogo unico, sospeso dalla quotidianità. Tra le sue case ormai in rovina, piatti e bicchieri rimangano sui tavoli, materassi e lenzuola sui letti e lavagne e gessetti tra le mura della scuola.
Di Gian Vittorio Avondo e Claudio Rolando
«Un muro di case», scrive Nuto Revelli in La guerra dei poveri, descrivendo l’impressione che ebbe di Narbona, la prima volta che la vide, quando vi giunse per trovare scampo da un rastrellamento tedesco. Oggi purtroppo l’impressione che si ha giungendo al villaggio (o, meglio, a ciò che ne rimane), è molto diversa e l’emozione che poteva suscitare la sua visione quand’era abitato si trasforma presto in angoscia nel momento in cui si capisce che le sue case non sono più che cumuli di pietre.

Uno scorcio di Narbona. Immagine di pubblico dominio.
Strade e sentieri
Villaggio di versante, il borgo evidenziava case arroccate e sovrapposte per lasciare spazio alle colture circostanti, per sfruttare e trattenere il calore che da ognuna di esse proveniva e impedire, con tetti spioventi e sovrapposti, che la neve si accumulasse lungo le vie interne di collegamento. Tra le abitazioni, un dedalo di viuzze in forte pendenza si snodava in varie direzioni, spesso sfruttando scale in pietra, tunnel o sottopassi ricavati tra una casa e l’altra. Tra Settecento e Ottocento Narbona fu popolata anche da 150 anime, che negli anni Trenta del Novecento si erano già ridotte a una novantina. Isolato, raggiungibile solo a piedi, il paese era collegato al fondovalle solo da due strade: una abbastanza facile, risalente da Campomolino lungo il corso del rio Grana, l’altra assai pericolosa in inverno, perché spesso esposta su profondi precipizi, proveniente da Colletto.

Una camera da letto conservata tra le rovine delle case. Da «Escursioni imperdibili sulle vie sacre del Piemonte» di Gian Vittorio Avondo e Claudio Rolando.
Alcuni, abbandonato il paese, intrapresero il lavoro di lustrascarpe alla stazione di Porta Nuova a Torino o agli angoli delle vie principali del capoluogo piemontese.
Era il tracciato conosciuto come Sentiero dei Morti, costellato di «pose»: i funerali che da Narbona scendevano verso il cimitero di Colletto prevedevano soltanto il trasporto a spalle delle bare (assai rischioso, dato il tipo di sentiero), e quindi era necessario far riposare spesso i portantini. All’ultima di queste pose giungevano anche il parroco e i chierichetti, per attendere il defunto e accompagnarlo per l’ultimo tratto di strada fino alla chiesa e al cimitero.

I resti di Narbona. Da Da «Escursioni imperdibili sulle vie sacre del Piemonte» di Gian Vittorio Avondo e Claudio Rolando.
Come si abitava
Il fatto che i ruderi di Narbona oggi si trovino immersi in una foresta di latifoglie sempre più fitte non deve ingannare. Un tempo, infatti, intorno alla borgata erano tutti pascoli e coltivi, spesso terrazzati per attenuarne la pendenza. Segale, orzo, patate e legumi erano i prodotti più coltivati, mentre nelle stalle ogni famiglia disponeva di una o due mucche e di qualche capra. Le abitazioni erano le tipiche case alpine, che però evidenziavano una particolarità: anziché avere cucina e stanze sovrapposte, come di norma, esse si sviluppavano quasi sempre su tre piani, in cui trovavano rispettivamente spazio la stalla, la cucina e le camere da letto (sullo stesso livello) e il fienile in alto. Ciò permetteva a chi viveva nello spazio intermedio di sfruttare il calore proveniente dal basso, dove c’erano gli animali, e l’isolamento garantito dal fieno e dalla paglia all’ultimo livello.

Le case di Narbona. Da Da «Escursioni imperdibili sulle vie sacre del Piemonte» di Gian Vittorio Avondo e Claudio Rolando.
La grande città
La vita sociale, nel paese, stava in pratica tutta negli incontri serali nelle stalle, dove si parlava e si pregava, si raccontavano storie, si facevano piccoli lavori d’intaglio del legno o si filava la lana. Dopo la seconda guerra mondiale, tuttavia, la vita nel paese cambiò: i giovani cominciarono a scendere per trovare un lavoro a valle e gli anziani rimasero nelle case fino a quando gli ultimi, era il 1962, non decisero anch’essi di scendere a valle. Alcuni, abbandonato il paese, intrapresero il lavoro di lustrascarpe alla stazione di Porta Nuova a Torino o agli angoli delle vie principali del capoluogo piemontese.





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