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Mergozzo, il lago gentile e il suo borgo
16 Aprile 2019

Mergozzo è il nome di un piccolo lago, conosciuto forse più dai turisti stranieri che da quelli italiani, a due passi da Verbania e dal più grande Lago Maggiore. Ma è anche il nome di un borgo incantevole e gentile, dove le stratificazioni della storia si respirano nell’aria.

Di Gian Vittorio Avondo.

Un borgo e il suo lago, Mergozzo; un incanto tra Piemonte, Lombardia e Svizzera. Luogo di storia e di arte, attende di essere scoperto da un turismo gentile, almeno quanto le acque del suo lago.

Mergozzo

La Piazzetta, centro della vita di Mergozzo, affacciata sul lago. Foto da Gian Vittorio Avondo «35 borghi imperdibili Piemonte».

 

La storia

L’antica denominazione del paese fu Maragozio o Muregocio, toponimo che deriva forse dalla presenza di aree paludose nei suoi dintorni (dal latino mara, «area paludosa»). In quest’area, come testimoniano alcuni reperti neolitici e dell’età del bronzo ritrovati nelle vicinanze, gli insediamenti umani risalgono ad almeno 3000 anni prima di Cristo. Importante nodo di transito, vista la posizione alla base dell’Ossola e della strada del Sempione, il villaggio assunse grande importanza fin dall’età romana. Sottomesso ai Visconti, signori di Milano, fin dal tardo Medioevo Mergozzo fece parte del ducato milanese, seguendone le vicende politiche, che videro succedersi il dominio degli Sforza, le guerre con Venezia, la dominazione spagnola e quella austriaca d’inizio Settecento. Nel 1748, con tutto l’alto Novarese passò al regno sabaudo. In età comunale a Mergozzo esisteva un castello attorno al quale sorse il vecchio borgo, tutt’oggi denominato «Il Sasso». Due i fattori che determinarono l’importanza economica del paese. In primo luogo le cave di granito bianco e verde del Montorfano e quelle di marmo rosa di Candoglia, da cui venne estratto il materiale per la fabbrica del Duomo di Milano. E poi la sua posizione, ideale per il controllo dell’omonimo lago e dei transiti tra la val d’Ossola e il Milanese, che sfruttavano la comoda via d’acqua costituita dal lago Maggiore e dal Ticino.

Nel corso della guerra di liberazione dal nazifascismo, assieme alla vicina Ornavasso, il paese fu l’ultima propaggine della repubblica partigiana dell’Ossola che, per quanto effimera (istituita il 10 settembre 1944, fu riconquistata dai nazifascisti il 23 ottobre dello stesso anno), fu capace non solo di affrontare i problemi legati alla guerra, ma anche di darsi un’organizzazione articolata, con l’istituzione della Giunta Provvisoria di Governo di Domodossola e della Zona liberata, che fu poi un modello per il neonato Stato italiano.

Mergozzo

Una delle vie del piccolo centro storico.

 

Una visita al paese e ai suoi dintorni

Sotto il profilo artistico l’edificio più importante del concentrico di Mergozzo è la sontuosa parrocchiale di Santa Maria Assunta, inaugurata nel 1610 sul luogo dove già sorgeva una chiesa romanica di cui oggi rimane solo la parte inferiore della torre campanaria. Settecenteschi, invece, sono il sagrato e l’ampio porticato, costruiti in granito locale, così come l’ampia scalinata di accesso. Interessanti, al sommo dell’ampio pronao, le statue dei quattro evangelisti. L’interno, a tre navate divise da colonne, evidenzia volte a vela affrescate con motivi floreali, mentre è di poco successivo alla costruzione della chiesa il bellissimo organo, di recente restaurato. Al centro della navata principale è posta la statua della Vergine, giunta a Mergozzo attraverso il lago il 25 luglio 1875. All’esterno, lungo un ampio porticato ottocentesco sorretto da colonne, si aprono 13 cappelle della Via Crucis, affrescate dal pittore varesino Giovan Battista Ronchelli. Adiacente al porticato delle cappelle c’è la casa del Predicatore Quaresimalista, costruita nel 1724, poi sede municipale nel 1867.

Di poco a valle della parrocchiale, lungo la strada che porta al lungolago, sorge l’antica cappelletta di Santa Marta, risalente al XII secolo. In origine intitolato ai protomartiri Quirico e Giuditta, il tempietto venne affidato nel XVII secolo dal vescovo Carlo Bescapé alla Confraternita di Santa Marta, cui era riservato l’obbligo di mantenerla in efficienza. Sulla lunetta dell’ingresso, un affresco seicentesco in cui la santa titolare, innanzi ai propri confratelli vestiti con il tipico abito bianco con cintura e flagello, sottomette la Tarac, mostro leggendario che produceva devastazioni nel Tarasconese.

Mergozzo

La chiesa di Santa Marta a Mergozzo. Foto da Gian Vittorio Avondo «35 borghi imperdibili Piemonte».

 

Ancora a poca distanza dalla chiesa principale, al culmine di una suggestiva scalinata, in una piazzetta sorge l’oratorio di Santa Elisabetta al Sasso, edificato a inizio del XVII secolo. All’interno si trova un affresco quattrocentesco, ultima e unica testimonianza dell’edificio religioso che preesisteva.

Sulla suggestiva piazzetta in riva al lago, che prende la denominazione dal paese, da non perdere un esemplare maestoso di olmo vecchio di almeno quattrocento anni. La datazione dell’albero, per quanto approssimativa, è possibile poiché una pianta, collocata nella stessa posizione ma a uno stadio giovanile, compare in un quadro a firma di Carolus Canis, risalente al 1623 e custodito nella chiesa parrocchiale del paese. Nel dipinto, accanto al giovane olmo, sono ritratti la Vergine con il Bambino tra i santi Domenico e Caterina. Ai piedi della Madonna, una veduta di Mergozzo con al centro la pianta, che già a quei tempi era punto di riferimento e di ritrovo. L’olmo è oggi inserito nell’elenco degli alberi monumentali del Piemonte.

 

La chiesa di San Giovanni al Montorfano

Nei dintorni di Mergozzo, nella frazione Montorfano, è visitabile (purtroppo assai raramente all’interno), la pieve di San Giovanni, gioiello di architettura romanica, riferibile all’XI secolo e dedicato al Battista. Caratterizzato da una pianta a croce latina (esempio unico nel Verbano) e da un tiburio ottagonale, il tempio ha subito un restauro che ha cercato di eliminare tutte le sovrapposizioni settecentesche e ottocentesche. Recenti scavi archeologici (1970-80) hanno inoltre riportato in luce un complesso paleocristiano risalente al V-VI secolo e, sul lato orientale della chiesa, le fondamenta di una basilica con tripla abside, leggermente posteriore e datata all’età carolingia. Nel complesso è ancora visibile il fonte battesimale, considerato il più antico dell’Ossola. Ciò ha fatto ritenere questa chiesa, non per nulla intitolata al Battista, il più antico luogo di evangelizzazione e di cristianizzazione della regione e del vicino Verbano.

Infine, nel paese e nei suoi dintorni si trovano le già citate cave di granito del Montorfano e le cave di marmo rosa di Candoglia, dalle quali si ricavò parte del materiale usato per la costruzione del Duomo di Milano e per le fortificazioni della Linea Cadorna, dislocate sulle pendici del vicino Montorfano.

Mergozzo

La pieve di San Giovanni Battista. Foto da Gian Vittorio Avondo «35 borghi imperdibili Piemonte».

 

Le cave e le vie di lizza del Montorfano

Oltre essere una frazione, il Montorfano è anche un rilievo, una cima boscosa di 794 m, dominante il lago di Mergozzo dalla sua sponda orientale e affacciato sulla riva meridionale del lago Maggiore. I colpi d’occhio che il monte offre ai suoi non frequentissimi visitatori sono del tutto spettacolari. L’accesso alla vetta, poi, è anche facilitato da una strada di arroccamento lunga 8 km, costruita tra il 1912 e il 1915 per servire la caserma e la polveriera, parte della Linea Cadorna.

La costruzione di queste strutture, sul Montorfano, fu agevolata dalla presenza in loco di numerose cave di granito bianco e verde che, utilizzate sin dal Seicento, ebbero un grande sviluppo nel Diciannovesimo secolo, giungendo a essere 39 contemporaneamente in attività.

Mergozzo

Testimonianze delle antiche cave.

 

Il lavoro di estrazione era complicato dall’enorme complessità rappresentata dal trasporto dei blocchi, che avveniva con slittoni trattenuti da cavo in acciaio (struse) lungo ripidissime vie di lizza lastricate in pietra. Giunti a valle, i grandi blocchi venivano in genere caricati su imbarcazioni che, percorrendo il Toce o il lago Maggiore, raggiungevano i punti di destinazione (soprattutto Milano) grazie all’ausilio dei Navigli o lungo il Ticino e poi il Po. Le barche su cui avveniva il trasporto, chiamate piatte, erano lunghe dai 15 ai 18 m e costruite in legno assai resistente e robusto.

Non era escluso, tuttavia, che si utilizzasse anche il trasporto stradale su carri trainati da tiri costituiti da 6 buoi accoppiati. Questi carri, costruiti in legno di quercia, frassino o castagno, portavano fino a 20 t, avevano ruote a profilo assai alto e il pianale inclinato, più alto nella parte anteriore rispetto al lato posteriore. Ciò serviva a compensare l’inclinazione della discesa e a impedire che il blocco scivolasse in avanti.

Lungo le lizze erano le slitte scendevano con il carico trattenuto in origine da robuste funi che venivano avvolte ai tronchi degli alberi lungo il percorso. In tempi più recenti vennero utilizzati argani e cavi d’acciaio. Il caricamento su chiatte o carri avveniva con l’ausilio di bancali costituiti di travi in frassino a sezione quadrangolare, su cui rotolavano rulli (curli) in betulla che sostenevano il blocco. Con il granito del Montorfano nel 1827 furono realizzate 82 colonne alte 11 m e del diametro di 3,5 m, con le quali fu ricostruita la basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, distrutta da un incendio.

Vuoi approfondire? Clicca qui.

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