Siamo sul Moncenisio, dove sorgeva, una volta, il borgo di Gran Croce «Gli abitanti di questo paesaggio delle Alpi sono i sacerdoti che risiedono all’ospizio, i Carabinieri Reali, gli impiegati alle due barriere, gli albergatori della Gran Croce». Così Goffredo Casalis, nel suo Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, risalente alla prima metà dell’Ottocento. Un mondo che oggi è ormai sparito.
Di Gian Vittorio Avondo e Claudio Rolando.
A quei tempi il borgo di Gran Croce 1880 m (Gran Crouéx nel dialetto franco-provenzale della val Cenischia) non aveva ancora vissuto il suo momento di massima espansione, venuto nel 1868 con l’impianto della Ferrovia Fell che in ben 24 ore portava i viaggiatori da Susa a Modane attraverso il Moncenisio. Purtroppo quella linea, funzionò soltanto per tre anni perché poi, nel 1871, l’apertura del traforo del Frejus che abbatteva i tempi di almeno 20 ore la rese inutile e pericolosa. In quei tre anni Gran Croce fu l’ultima stazione italiana prima dell’ospizio ed evidentemente divenne luogo di passaggio e di sosta, anche perché non vi mancavano locande ed osterie capaci di fornire ristoro e riposo ai viaggiatori.

Come appariva il borgo di Gran Croce qualche decennio fa, in una foto d’epoca.
Una vocazione turistica. Da sempre.
In tempi diversi il villaggio, allora frazione di Venaus, fu con tutta probabilità un alpeggio, ma anche in questo caso con spiccata vocazione al turismo, in quanto il valico del Moncenisio era assai frequentato anche prima della ferrovia; vi transitavano, infatti, nei mesi in cui la neve non ingombrava la strada, numerose carrozze trainate da cavalli che, proprio nei pressi di Gran Croce, operavano il cambio in una apposita stazione di posta. Ecco quindi la necessità, per il luogo, di disporre di strutture alberghiere, come d’altronde afferma in Casalis. Va da sé che questi locali fossero frequentati anche da altri soggetti, presenti in permanenza sul luogo: i sacerdoti del vicino ospizio (oggi sommerso dal grande invaso idrico realizzato negli anni ’60 sul piano del Colle) e soprattutto i numerosi militari dislocati nei forti Varisello e La Court. Con la fine della seconda guerra mondiale ed il conseguente trattato di pace la zona del Moncenisio, con altre lungo il confine franco-piemontese, divenne oggetto di contenzioso e la frontiera italo-francese venne leggermente arretrata a spese dell’Italia. Nel febbraio 1947, dunque, con la firma del trattato, la denominazione del borgo divenne Grand Croix in quanto questo fu annesso al Comune di Val Cenis, il primo oltre il Colle sul versante transalpino.

Il borgo di Gran Croce oggi.
La fine
Nel primissimo dopoguerra la frazioncina ebbe ancora un ruolo perché a ridosso degli uffici doganali e quindi luogo di transito soprattutto di automezzi commerciali. Il destino del paese, tuttavia, era segnato; esso fu determinato dalla costruzione della grande diga in terra battuta destinata a sbarrare il grande invaso del Moncenisio. L’opera venne realizzata a partire dal 1966 (alcuni lavori erano già stati realizzati nel 1921) e determinò una profonda mutazione del paesaggio, venendo ad incombere proprio alle spalle del paese. Le cronache raccontano che l’ultimo residente a Grand Croix scese a valle nel 1986. Oggi è purtroppo la borgata non è altro che un cumulo di rovine, anche se conserva la sua fisionomia di piccolo villaggio con alcune abitazioni ancora in piedi, la settecentesca chiesa intitolata alla Madonna delle Nevi, e parecchi ruderi tra i quali è pericoloso aggirarsi. Oltretutto a pochi metri del paese, negli anni di fine ‘900 fu costruito l’immenso ed antiestetico Hotel Malamot che, unitamente alla diga, contribuisce a deprivare la bellezza del luogo. Nella chiesetta di Gran Croce da alcuni anni è allestito un piccolo museo etnografico.

I ruderi del forte Varisello.
Le fortificazioni del Moncenisio
La necessità di fortificare e proteggere l’ampio pianoro del Moncenisio fu sentita fin dal 1860, quando la Maurienne, un tempo piemontese, venne ceduta alla Francia assieme a tutta l’area regionale della Savoia. Da questo momento in avanti il Moncenisio divenne una tra le massime fonti di preoccupazione italiana, tanto più quando, con l’adesione alla Triplice Alleanza (1882), la Francia fu considerata un nemico da cui guardarsi. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, dunque, s’iniziò a progettare una linea difensiva capace di rendere il passo inespugnabile.
Osservando il pianoro dalla grande diga in terra battuta realizzata negli anni Cinquanta e posta all’estremità meridionale del lago, si possono individuare tre grandi complessi fortificati a sinistra e a destra del grande specchio. A sinistra, balzano subito agli occhi le poderose strutture del forte Varisello e della batteria del Malamot, posta in cima alla montagna omonima; a destra non si può non vedere la grande mole del forte Roncia. Un tempo, dove oggi si erge la grande diga che sbarra il lago artificiale era anche posizionato il forte Cassa, demolito negli anni Cinquanta proprio per lasciar posto al grande sbarramento. Di seguito le opere principali.
Forte Varisello. Edificato tra Il 1877 e il 1880, il forte Varisello domina da 2106 m di quota l’attuale lago artificiale del Moncenisio. Insieme all’ormai distrutto forte Cassa e al forte Roncia, collocato in posizione simmetrica dall’altra parte dell’invaso, il Varisello costituiva un serio sbarramento del passo. La struttura, a pianta poligonale e circondata da ampio fossato, era costituita di parecchie cannoniere e casematte disposte su diversi livelli. Al piano superiore erano posizionate le bocche da 9 AR/Ret, mentre sui fianchi nord, est e ovest si affacciavano ben 27 cannoniere. In basso, invece, trovavano posto 4 cannoniere per obici e file di feritoie per i fucilieri. Disarmato dopo solo vent’anni di vita nel 1900 per manifesta incapacità di resistere al fuoco delle moderne granate, il forte fu utilizzato come bersaglio per tiri di artiglieria e quindi come magazzino.

Il forte Roncia.
Forte Cassa. Costruito nello stesso periodo in cui fu edificato il Varisello, si trovava sulla sponda meridionale del lago naturale che un tempo occupava parte del piano del Moncenisio. Era dotato di 24 cannoniere, armate con bocche da 9 AR/Ret, che prendevano d’infilata il passo del Moncenisio, posto a circa 5 km di distanza. Come il vicino forte Varisello l’opera fu smantellata nel 1900 e usata come alloggiamento per truppe. Come detto, negli anni Cinquanta, venendosi a trovare nel punto in cui sarebbe dovuta sorgere la nuova diga, fu in parte demolito e in parte integrato nella struttura dello sbarramento.
Forte Roncia. Simmetrico rispetto al forte Varisello, il forte Roncia era molto più piccolo e sorgeva a 2294 m di quota nel vasto altipiano conosciuto come piano delle Cavalle. L’opera, coeva alle altre due strutture di cui sopra, era a pianta circolare, attorniata da ampio fossato e munita di 6 cannoni da 9 AR/Ret puntati verso il colle del Piccolo Moncenisio. Disarmato nel 1915, il forte Roncia fu poi riutilizzato a partire dal 1937, ma solo come caserma. Le sue funzioni furono trasferite alla vicina e più moderna batteria B4, costruita in caverna a metà degli anni Trenta nelle sue immediate adiacenze.

Casermette del forte Malamot.
La cittadella militare del monte Malamot
Altro maestoso rudere raggiungibile da Grand Croix è la cittadella militare del monte Malamot. Non si tratta certo di un villaggio, ma di un insieme di edifici, disseminati a quote diverse tra la base e la vetta della montagna, che ci permettono di immaginare questi luoghi, a ridosso della guerra con la Francia, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, come una vera città militare, popolata di uomini indaffarati nel tentativo di rendere più agevole la vita quotidiana in questi luoghi aspri e poco vivibili ed un via-vai di muli ed autocarrette che contribuivano a rifornire con assiduità le batterie sistemate a quote diverse, con armi, munizioni, vestiario e vettovaglie. Oltre 70 anni di abbandono, ovviamente, hanno contribuito a rendere inutilizzabili tutte queste strutture ed il loro inutilizzo ha permesso che la gente del posto, agevolata dall’esistenza di una strada, si rifornissero di materiali per la costruzione o la riparazione delle abitazioni di fondovalle. Per quanto spettrali e desolati, questi luoghi ci permettono ancora tuttavia di porci in stretta relazione con gli accadimenti che qui avvennero, che pur riguardando una piccola comunità umana furono però parte di quella grande storia destinata a mutare gli eventi.

Un particolare del Malamot.
Le camerate invase di detriti e prive di copertura delle casermette, le cupole in acciaio delle artiglierie, i camminamenti, le polveriere, oltre evidenziare aspetti anche suggestivi di architettura militare (lesene, stemmi in bassorilievo, epigrafi ecc.), ci mettono a diretto contatto con i tempi in cui queste opere furono operative e con la vita che si svolse al loro interno.





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