Dai «Provvedimenti per la difesa della razza» alle deportazioni, le leggi razziali misero in moto un meccanismo di discriminazione sempre più bieco e stringente.
Di Marcella Filippa
Le leggi razziali fanno il loro ingresso nella storia d’Italia durante l’estate 1938. Il 17 novembre dello stesso anno viene approvato il Regio decreto n. 1728, «Provvedimenti per la difesa della razza italiana», che vieta agli ebrei di sposare non ebrei, di prestare servizio nella pubblica amministrazione, e altresì in quella civile e militare, di possedere aziende, di avere domestici non ebrei, di possedere una radio, di andare in vacanza in luoghi di villeggiatura e molto molto altro. Ognuno di essi restringe progressivamente la libertà degli ebrei, fino a considerarli non cittadini, e privarli di ogni diritto.

L’escalation
Qualche mese prima, esattamente Il 14 luglio veniva pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti, enunciante le cosiddette basi teoriche del razzismo antisemita del fascismo, dando il via a una ferrea campagna di stampa. Il 22 di agosto il regime attua il censimento degli ebrei residenti in Italia. Il 5 settembre, a distanza ravvicinata, vengono approvati i primi provvedimenti che prevedono la espulsione degli allievi e degli insegnanti dalle scuole pubbliche di ogni ordine e grado. Tappe che consolidano in un tempo incalzante, una campagna denigratoria e poi via via persecutoria nei confronti degli ebrei, rivolta prima a quelli stranieri, residenti in Italia e poi nei confronti di quelli che sono in realtà a tutti gli effetti italiani.

Frontespizio del primo numero della rivista la difesa della razza, del 5 agosto 1938
Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie, uscito lo scorso anno, mette in luce percorsi di esclusione di donne ebree torinesi e non solo. È il caso di Rita Levi Montalcini, neurologa, senatrice a vita, premio Nobel per la medicina nel 1986, che il 16 ottobre del 1938 viene sospesa da ogni attività accademica e di ricerca, in quanto ebrea. Lei che era assistente presso la Clinica delle malattie nervose e mentali della nostra città. Con lei sarà privato dalla cattedra il suo amato maestro, il professor Giuseppe Levi, padre di Natalia Ginzburg e di Paola, prima moglie di Adriano Olivetti, radiato altresì da tutte le Società accademiche del Regno a cui apparteneva.

Rita Levi Montalcini
Stessa sorte toccherà a Giorgina Levi, insegnante al liceo Gioberti di Torino e al suo futuro marito, lo psichiatra berlinese Enzo Arian, che lasceranno l’amata Italia alla volta della Bolivia, uno dei pochi paesi che accettò gli ebrei cacciati dal loro paese. Vi rimarranno per sette lunghi anni, lui medico tra i minatori, e lei insegnante ai loro figli, per ritornar poi solo alla fine della seconda guerra mondiale. Così ricorda quegli anni di lontananza Giorgina. «Pensavo continuamente a Torino, ma non per la bellezza della città, bensì per la nostalgia del mondo lasciato […]. La nostalgia è una malattia, l’ho provata. […]. Per la prima volta capivo cosa voleva dire provare struggimento per il proprio Paese lontano».

Giorgina Arian Levi
O ancora la sorte della giovane Susanna Egri, nata a Budapest nel febbraio 1926, figlia di Ernst Egri Erbstein, ebreo ungherese allenatore del Torino, che morirà con tutta la squadra il 4 maggio 1949, nello schianto dell’aereo di ritorno da Lisbona sulla collina di Superga. Nel 1940 quando le persecuzioni razziali si faranno più violente e serrate, il padre le scriverà una struggente lettera, che ho avuto la fortuna di poter leggere, confermandole il suo amore, l’insensatezza delle persecuzioni, la necessità di andar via lontano perché cacciati, con la speranza che un giorno potrà ritornare a essere cittadina a tutti gli effetti, realizzando i suoi desideri e la volontà di affermarsi nel mondo del lavoro e nella vita. Diventerà una ballerina di fama internazionale.
Figlia mia carissima,
[…] Tu non puoi immaginare quale tormento e preoccupazione sia per me vederti costretta a cessare i tuoi studi, nei quali hai riportato tanti onori e soddisfazioni. Il mio dolore è tanto più grande, quanto grande e giustificata fu la mia speranza nella tua riuscita.

Susanna Egri e Normann Thompson durante il balletto ispirato a Luci della Ribalta di Charlie Chaplin che, nell’ambito del programma «Sette note», inaugurò la regolare programmazione televisiva della Rai. Foto di proprietà La Stampa.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha lanciato più volte in questi mesi, un appello a non dimenticare quella storia, rimarcando il pericolo che il «veleno del razzismo continua a insinuarsi nelle fratture della società e in quelle dei popoli. Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà è evitare che si rigeneri».
Cinque anni dopo la promulgazione delle leggi razziali, il 16 ottobre 1943, veniva razziato il ghetto di Roma. 1022 ebrei venivano portati via sui treni blindati alla volta di Auschwitz. Solo 16 faranno ritorno, quindici uomini e una donna. L’ultimo testimone è mancato in questi giorni.




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