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Arturo Bocchini, il grand commis dello Stato fascista
18 Maggio 2020

Arturo Bocchini fu il grand commis dello Stato fascista, il Fouché di Mussolini – come è stato più volte definito non senza una punta di ammirazione da parte dei suoi stessi avversari –, l’uomo in realtà più nefasto per l’opposizione antifascista, proprio per i suoi metodi felpati, graduali, quasi paternalistici, scevri di passione, senza inutili crudeltà né gratuite brutalità.

di Domenico Vecchioni

Arturo Bocchini nasce in un paesino a sud di Benevento nel febbraio del 1880. Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Napoli nel 1902, inizia una brillante carriera prefettizia che lo porta in diverse città d’Italia fino a quando, il 30 dicembre 1922, spicca il volo nell’alta dirigenza. Appena quarantaduenne viene nominato prefetto di Brescia sulla scia delle nuove nomine decise dal primo governo Mussolini, che, non fidandosi troppo della vecchia nomenclatura giolittiana, preferisce puntare su giovani funzionari destinati, se non altro per debito di riconoscenza, a diventare fedeli servitori del futuro regime.

arturo bocchini

Arturo Bocchini, in primo piano a sinistra, a Berlino nel 1936.

 

Don Arturo l’epicureo

Di sicuro l’età non è il solo fattore a essere tenuto in considerazione. Bocchini ha già dato ottima prova di sé sia sul piano professionale sia su quello personale (anche se cede spesso alla sua particolare debolezza per le belle donne, ciò che gli causerà non pochi guai, sempre però «aggiustati» sulla base del celebre proclama del virile duce: «Gli uomini mi interessano solo dalla cintola in su»).

Sul piano personale Bocchini viene descritto come esuberante, elegante nel vestire, amante della buona cucina e, come abbiamo visto, dell’altro sesso (morirà dopo un’abbondantissima cena a base di aragoste e una focosa notte a luci rosse con la sua giovanissima amante), divertente (famoso è rimasto il suo modo di raccontare barzellette e di fare battute per sdrammatizzare riunioni difficili o troppo solenni): un convinto epicureo, insomma. Ma Don Arturo sa tuttavia essere cinico fino alla perfidia (fa abortire una sua amante che muore sotto i ferri di un compiacente ma inesperto ostetrico), gretto fino alla testardaggine (favorisce spudoratamente i «suoi», provenienti in prevalenza dalla sua regione) o vendicativo fino alla prevaricazione («distrugge» il marito di una sua amante che si era permesso di protestare, costringendolo con metodi decisi a cessare le proteste e a cambiare città di residenza).

Sul piano professionale è un lavoratore instancabile, dotato di una memoria prodigiosa che lo dispensa dal prendere appunti e note; eccellente oratore, è un perfetto conoscitore e grande innovatore della macchina della PS. Tutto fa capo a lui, Bocchini sa tutto di tutti, e questo com’è ovvio consolida il suo particolare status. Controlla così bene l’apparato che non ha alcun ritegno a utilizzare spesso per fini personali – non per bisogno, provenendo da una famiglia ricca, ma piuttosto per un certo sentimento di superiorità – i fondi riservati della direzione generale di Pubblica sicurezza.

 

La carriera

Non tollera personaggi che gli possano fare ombra e quindi li elimina non appena travalicano i limiti consentiti, contando sempre sull’appoggio di Mussolini, cui sarà sempre fedele fino alla morte. Una morte che interviene prima del crollo del regime e che quindi non ci consente di sapere come il cosiddetto «pontefice della PS» si sarebbe comportato durante la delicatissima fase del 25 luglio 1943, quando il suo successore, Carmine Senise, sceglie di essere fedele al re e non più al duce, aiutando in maniera determinante la storia a seguire il corso impresso dalla monarchia. Chissà se Arturo Bocchini avrebbe fatto la stessa cosa.

Da Brescia a Bologna e a Genova, la carriera del prefetto Arturo Bocchini si snoda secondo le rapide tappe di chi ha già capito come servire al meglio il nascente regime. Si è fatto notare e apprezzare dai fascisti: lo stesso Federzoni lo segnala a Mussolini, che con fortunatissima intuizione lo nomina – sotto la spinta degli avvenimenti conseguenti all’ennesimo attentato contro la sua persona (a opera di Gino Lucetti, nel settembre 1926) – capo della polizia, sperando di non doversene pentire dopo la poco felice prova del predecessore Crispo Moncada. E in effetti non se ne pentirà. Bocchini del resto arriva al momento giusto, e soprattutto parte con il piede giusto, nonostante l’attentato a Mussolini di Anteo Zamboni nell’ottobre del 1926.

Poco dopo la sua nomina, vengono infatti approvate le leggi «fascistissime» e adottati specifici provvedimenti amministrativi che istituiscono in pratica lo Stato autoritario, se non ancora totalitario. Viene approvato il famoso Testo Unico delle leggi sulla Pubblica sicurezza: la polizia viene significativamente rinforzata, mentre sono sciolti i partiti politici, i sindacati e le associazioni contrari al regime; infine, si decreta la decadenza dei centoventitré deputati dell’Aventino.

Viene altresì istituito il famigerato Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, composto in prevalenza da ufficiali della Milizia. È ripristinata la pena di morte, istituita – o meglio rimessa in auge – la misura repressiva del «confino politico», vengono creati gli uffici politici investigativi presso la Milizia e, ciliegina sulla torta, Mussolini riprende (senza più lasciarlo) l’interim degli Interni. Arturo Bocchini, quindi, non avrà altro interlocutore all’infuori del duce. Ha insomma in mano tutte le leve che gli consentiranno di rimanere per oltre quattordici anni il dominatore incontrastato dell’ordine pubblico e dell’intelligence interna, il repressore dei movimenti antifascisti e il controllore della polizia politica segreta, garantendo l’incolumità personale del duce e la solidità del regime. Bocchini è un capo della polizia moderno e innovativo anche per quanto riguarda le attività sul terreno tese a garantire la sicurezza delle manifestazioni popolari.

 Arturo Bocchini

Arturo Bocchini nel 1931.

 

La macchina degli spioni

Per raggiungere i suoi obiettivi, «don Arturo» stabilisce subito i quattro cardini su cui fondare il nuovo sistema informativo: aggiornamento del casellario politico centrale e del relativo schedario; istituzione di un servizio incaricato della polizia politica (dal cui seno scaturirà l’OVRA) che perfezioni i servizi informativi sia all’interno (con il progressivo coinvolgimento delle prefetture, delle questure e della stessa Milizia) sia all’estero (con il crescente impegno anche delle ambasciate e dei consolati); l’attivazione di un servizio per la polizia di frontiera e, infine, la creazione di una squadra speciale di super agenti per la protezione ravvicinata della persona di Mussolini (una vera ossessione, per il nuovo capo della polizia).

In questa prospettiva, che in sostanza mira a creare una tela di ragno estesa su scala nazionale, Bocchini promuove la crescita di una fittissima rete di informatori – o «fiduciari» come vengono chiamati in gergo –, immaginando un servizio speciale (l’OVRA, appunto) formato da fedelissimi al regime che si occupino di gestire gli informatori, di trattare i dati così raccolti e di sviluppare una costante azione investigativa nella vita quotidiana dei cittadini. Il servizio opera in un quadro coordinato dalla struttura piramidale dove tutto confluisce al vertice, cioè allo stesso don Arturo, il quale poi provvede di persona a informare il duce.

Tutto ciò in una nuova concezione dell’ordine pubblico che d’ora in poi comprenderà tutti gli aspetti della vita politica, economica e sociale del Paese, dove ormai la «buona condotta» viene intesa solo come buona condotta nei confronti del regime – altrimenti, ogni comportamento diventa sospetto, se non sovversivo. Le schedature dei cittadini diventano sempre più meticolose, fino ad arrivare all’istituzione di una vera e propria «cartella biografica» nella quale vengono raccolte notizie su grado di cultura, attitudini e capacità professionali dei dissidenti, senza trascurare riferimenti alle loro caratteristiche fisiche, psichiche e di carattere (eccitabilità, suggestionabilità, irritabilità ecc.), fino a sfociare nella valutazione di parametri «morali» della persona, quali le sue tendenze sessuali (inutile dire che l’omosessualità vi è considerata politicamente sospetta, moralmente condannabile e socialmente pericolosa). In una circolare redatta dallo stesso capo della polizia viene quindi raccomandato di:

Sondare con ogni mezzo e continuamente la pubblica opinione, sfruttando la capacità di osservazione dei Funzionari, agenti che debbono permanere negli uffici il minor tempo possibile, che debbono sviluppare conoscenze e relazioni in tutti gli ambienti, spostandosi abitualmente nelle rispettive giurisdizioni per osservare, controllare, sviluppare le notizie apportate dagli informatori e inviate al Ministero. L’Ovra deve essere un organo agile e duttile che lavora con la massima celerità e precisione, che colpisce con prontezza ed energia, che previene offese e pericoli, che precede l’avversario in tutti i campi operando con fede, accortezza e tecnica.

Direttive chiare e precise, che in gran parte – ci pare – potrebbero essere condivise (sul piano tecnico, certo, e per tutt’altre finalità) da un moderno servizio di intelligence, impegnato magari in attività antiterroristiche. I metodi di Arturo Bocchini vengono unanimemente riconosciuti e sono considerati con rispetto anche dalla dirigenza tedesca. Lo stesso Himmler, capo di tutte le polizie naziste (SS, Gestapo e SD), si farà promotore di un protocollo segreto d’intesa tra le polizie dei due paesi – siglato a Roma il 2 aprile 1936 – per un utile scambio d’informazioni e un raffronto di tecniche investigative, allo scopo di meglio impostare la lotta agli avversari politici interni. La posizione di Bocchini è inattaccabile: Mussolini ne è sempre più soddisfatto.

Alla vigilia della guerra tuttavia sorgono divergenze di vedute sull’opportunità o meno di lanciare il Paese nell’avventura bellica. Arturo Bocchini in effetti – da fedele servitore dello Stato (fascista) – non può fare a meno di presentare ogni trimestre al duce i risultati dei suoi sondaggi circa gli umori dell’opinione pubblica («lo stato d’animo della popolazione») e dell’esercito: tutti gli indicatori segnalano una maggioranza contraria all’entrata in guerra dell’Italia. Don Arturo ha persino il coraggio di precisare a Mussolini che «i soli che hanno un motivo per desiderare la guerra sono gli antifascisti, perché soltanto con la guerra potranno liberarsi dell’odiato tiranno». Parole premonitrici.

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