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L’Ordine Nuovo, il laboratorio
4 Febbraio 2020

L’Ordine Nuovo non è stato solo un semplice giornale ma il laboratorio di idee e il luogo di incontro per la futura classe dirigente del Partito Comunista d’Italia, da Antonio Gramsci a Palmiro Togliatti, da Umberto Terracini, ad Angelo Tasca. In questo articolo si ricostruisce il contesto in cui sorse.

di Nicola Adduci, Barbara Berruti, Bruno Maida.

Al momento della nascita de L’Ordine Nuovo, tra il 1919 e il 1920, il clima sociale è incandescente. I provvedimenti di politica annonaria adottati dal Municipio di Torino e dalle leghe degli esercenti e dei commercianti hanno un impatto positi­vo del tutto provvisorio, perché nell’arco di pochi mesi i calmieri imposti dal governo della città vengono superati dall’aumento dei prezzi e le merci immesse sul mercato sono decisamente minori del fabbisogno. Le agitazioni popolari costringono le diverse formazioni politiche a misurarsi con cambiamenti che interpretano con difficoltà: i liberali temono le agitazioni popolari e nella loro guida amministrativa dimostrano di possedere pochi strumenti per contenere l’inflazione e il mercato nero, e in generale per rispondere ai bisogni primari dei cittadini; i socialisti giudicano con favore un movimento spontaneo e popolare che tuttavia non vogliono trasferire sul piano di uno sciopero generale; i popolari hanno un’anima di sinistra che sostiene i diritti dei lavoratori, del tutto minoritaria però rispetto alle gerarchie ecclesiastiche loca­li, che vedono negli scioperi e nelle agitazioni popolari la rottura dell’ordine sociale e morale; il neonato Fascio di Combattimento, che al contrario soffia sul fuoco della protesta, non ha però stru­menti e numeri tali da guidarla e alimentarla.

L'Ordine Nuovo

La redazione dell’Ordine Nuovo. La freccia indica Antonio Gramsci.

 

Gli anni ruggenti del Partito Socialista

Il Partito Socialista è coinvolto soprattutto nelle lotte operaie che segnano la vita politica ed economica torinese del dopoguerra, fino a giungere al suo apice nel cosiddetto «biennio rosso». In particolare, il 1919 è per i socialisti e per il movimento operaio torinesi, e non solo, un anno decisivo. Conosce un’enorme diffusione, fino a una tiratura di 50.000 copie, l’edizione piemontese dell’Avanti!  che inizia le pubblicazioni nel dicembre 1918. Nella simbolica data del 1° maggio 1919 esce il primo numero di L’Ordine Nuovo, fondato da Gramsci. Nel frattempo, nei primi mesi dell’anno le lotte operaie conoscono un notevole avanzamento. Per la prima volta gli industriali sono in parte disponibili, vista la favorevole congiuntura economica, in parte costretti, per la pressione delle manifestazioni operaie, a fare concessioni sul piano sia dei diritti sia dei salari. Se molte delle vertenze industriali riguardano nei primi mesi dell’anno il problema dei licenziamenti e del ridimensionamento degli impianti, è la rivendicazione delle otto ore a rappresentare la questione più significativa, a cui si accompagna la richiesta di riconoscimento delle commissioni interne negli stabilimenti industriali.
L'Ordine Nuovo

Frontespizio del primo numero de L’Ordine Nuovo.

Nato sotto il segno dei Soviet

La «Rassegna settimanale di cultura socialista», come recita il sottotitolo di L’Ordine Nuovo (prima settimanale, e quotidiano dal 1° gennaio 1921), nasce dall’esigenza, da parte dei socialisti rivoluzionari, di riflettere sui cambiamenti in atto, considerati non a torto epocali e che mostrano riflessi particolarmente suggestivi nella realtà italiana e torinese. Il motto della rivista è «Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Se è Gramsci, segretario di redazione, l’anima della nuova rivista – i cui uffici si affacciano su un cortile in un edificio all’angolo tra via XX Settembre e via Arcivescovado – al suo interno c’è parte della futura classe dirigente del Partito Comunista d’Italia, da Palmiro Togliatti a Umberto Terracini, da Angelo Tasca (di cui è l’idea del periodico) ad Alfonso Leonetti. È sulle sue pagine che viene definendosi una nuova interpretazione della città, della fabbrica, e che viene analizzato il superamento dell’esperienza del socialismo e del sindacalismo tradizionale. Al centro della riflessione di Gramsci si colloca la grande novità della rivoluzione bolscevica e dei soviet. Da qui prende le mosse l’idea di trasformazione della rappresentanza all’interno della fabbrica. Secondo Gramsci, le commissioni interne, che hanno una funzione di arbitrato e quindi moderatrice, devono essere sostituite dai consigli, votati da tutti gli operai e nucleo di un nuovo assetto democratico fondato sull’autonomia dei produttori. Perché, come scrive Gramsci su L’Ordine Nuovo nel giugno 1919, la formula della «dittatura del proletariato» deve riempirsi di contenuto: «chi vuole il fine deve anche volere i mezzi» e perciò essa dev’essere intesa come «l’instaurazione di un nuovo Stato, tipicamente proletario, nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nel quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato». È un progetto che naturalmente non può che trovare la più completa ostilità del sindacato e del Partito Socialista, ma che ha notevole successo nelle fabbriche e nelle elezioni dei rappresentanti al loro interno.
Umberto Terracini

Umberto Terracini in una foto dell’epoca di Ordine Nuovo.

La risposta di Gobetti

Quello di Gramsci è un contributo essenziale per comprendere i mutamenti della città e nello stesso tempo gli esiti della trasformazione capitalistica in atto, e che nel suo pensiero dovrebbe aprire la porta alla lotta di classe e alla rivoluzione. Ma è una novità, quella dell’industrialismo e del ruolo delle masse operaie, che è al centro dell’analisi di un altro giovanissimo intellettuale, Piero Gobetti. Alla fine della guerra, non ancora diciottenne, inizia una riflessione critica di grande importanza, incentrata sulla battaglia delle idee da combattere in un Paese come l’Italia la cui crisi e trasformazione impongono un giudizio storico e morale rinnovato. Per Gobetti è necessario costruire una nuova classe dirigente, valorizzare le esperienze che nascono nel mondo operaio, superare l’immobilismo piccolo borghese e attribuire un ruolo di avanguardia politica e pedagogica alle masse dei lavoratori, riflettere sulla storia nazionale e soprattutto sul Risorgimento e la mancata formazione di una classe dirigente, senza trascurare il nodo essenziale della questione meridionale. È prioritario insomma analizzare i vizi d’origine italiani e costruire un Paese moderno. È quella Rivoluzione liberale che diventa il titolo della rivista che Gobetti pubblica tra il 1922 e il 1925, preceduta da un’altra importante iniziativa, Energie Nove (1918-1920) nonché dal suo fondamentale ruolo come editore.

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