• Home
  • Chi Siamo
  • Luoghi
  • Storia
  • Oltre
  • Edizioni del Capricorno
  • Newsletter
  • Contatti
  • Home
  • Chi Siamo
  • Luoghi
  • Storia
  • Oltre
  • Edizioni del Capricorno
  • Newsletter
  • Contatti
Sessantotto: cinema e contestazione
10 Luglio 2018

Sessantotto e cinema vissero un rapporto stretto, a volte quasi camminando a braccetto. Ma esiste un cinema del Sessantotto? Quali film ispirarono quei giovani e quali furono prodotti mentre soffiava, fuori e dentro le sale, il vento della contestazione?

Di Carlo Ugolotti

Del Sessantotto sono state date tante interpretazioni, spesso contrastanti tra loro; di quest’anno speciale, a suo modo rivoluzionario senza mai essere una rivoluzione, ne hanno parlato storici, giornalisti, scrittori, registi, artisti, testimoni, protagonisti e critici. Vincenzo Camerino ha individuato nel cinema lo strumento di comunicazione che più risultava idoneo alla militanza politica del movimento ma anche il medium di produzione culturale che più aveva forgiato l’immaginazione dei contestatori, molti di essi provenienti da placide città di provincia. Ma esiste un cinema del Sessantotto?  Un cinema che abbia una sua specificità e una sua unicità rispetto a quello degli anni precedenti? Rispondere è molto difficile ma, analizzando i film allora distribuiti e qualche documento d’archivio, ci si può rendere conto della complessità del Sessantotto cinematografico, una complessità che rispecchia quella del rapporto tra contestatori e la società nel suo intero.

Sessantotto Jean-Luc Godard, Roman Polanski e François Truffaut.

Foto scattata nel fatidico 1968. Si riconoscono, tra gli altri, Jean-Luc Godard, Roman Polanski e François Truffaut.

 

Il cinema: la palestra dell’antiautoritarismo

Alcuni intellettuali, tra cui Luisa Passerini e Silverio Tomeo, hanno parlato, in riferimento al caso italiano, di un «lungo Sessantotto», un anno che non si esaurisce nei suoi 366 giorni (si trattò infatti di un anno bisestile!) i cui effetti continuano senza interruzione per i decenni successivi; altri storici hanno parlato della Grande Contestazione come uno dei primi casi di vero e proprio «evento globale». Proviamo a partire da queste due ipotesi applicandole al cinema, mettendo in discussione il concetto stesso di Grande Contestazione.

 

Il Sessantotto cinematografico fu senza dubbio lungo e globale, non solo nelle sue proiezioni future ma anche nel suo essere figlio del periodo precedente; per certi versi il cinema di quest’anno cruciale segna addirittura la fine delle grandi rivoluzioni espressive degli anni precedenti. Gli USA avevano aperto la strada alla Grande Ribellione nel decennio precedente con una figura inquieta che contestava l’autorità costituita (ben prima degli studenti «cinesi»), James Dean, giovane arrabbiato e ribelle senza causa in Gioventù bruciata, affiancato dal suo simile – seppur più animalesco-, Marlon Brando ne Il Ribelle. Anche il Regno Unito aveva prodotto un cinema nuovo, provocatorio verso le regole e la tradizione: il cinema a tematica proletaria e sociale (i film del kitchen sink) ma soprattutto l’esplosione pop e anarcoide di Hard day’s night, film con i Beatles diretto da Richard Lester. Proprio questa produzione, così libera nella forma, nei contenuti e dichiarata nella sua aperta sfida a tutto ciò che incarnava la tradizione sembrava incarnare quella «comunicazione esplosiva» che Maurice Blanchot ha usato per descrivere il maggio 1968.

 

Pellicole impegnate

Anche la nouvelle vague francese nasce in anticipo sul Sessantotto – la sua sfida al cinéma de papa è quanto di più sessantottino si possa pensare – : rottura dei linguaggi tradizionali (Godard), una nuova sessualità non più bacchettona (Jules et Jim), la ricerca di figure «maestre» lontane da quelle canonizzate e un progressivo avvicinamento ai temi della politica e della rivoluzione stessa. Anche in Italia il cinema anticipa, seppur in forma più discreta, i temi della Contestazione: il rapporto conflittuale con i grandi partiti e la ripresa del mito resistenziale (Le stagioni del nostro amore, La lunga notte del ’43 e Il terrorista), il conflitto generazionale (Gli sbandati), la critica alla civiltà del benessere (I mostri e La voglia matta) e il sentimento anti-borghese di un film come Prima della rivoluzione. Senza neanche volere tirare in ballo I pugni in tasca di Bellocchio!

 

Fu proprio Bellocchio in un’intervista all’Espresso del 1966 a fare un “manifesto” del cinema «arrabbiato»:

«Qui da noi manca una carica provocatoria, educativa non in senso didascalico. O meglio c’è ma a livello delle élite. Per il resto tu mi provochi e io me ne frego. E invece bisogna provocare, perché i conti non tornano con una certa società borghese, puntellata dal regime e dalla socialdemocrazia. Nel periodo della resistenza erano i fatti esterni a stimolare, tutti erano più all’erta, più dialettici. Ma oggi, mancano perfino le occasioni per avviare un discorso. E allora, bisogna crearle artificialmente. Poesia e letteratura sono impotenti, solo il cinema può tentare, anche senza troppe illusioni.»  

 

Il Sessantotto in poltroncina

Ma da queste premesse possiamo quindi affermare che i film del Sessantotto fossero rappresentanti di un cinema «contestatore» e che il pubblico cercasse nelle sale un corrispettivo filmico delle rivolte nelle strade? Le produzioni di quell’anno rappresentano proprio la spaccatura sociale di quegli anni in cui i giovani protestavano davanti ai cinema che proiettavano Berretti verdi di John Wayne ma anche anni in cui spettatori allibiti dalle «nefandezze» che vedevano sullo schermo scrivevano lettere irate ai giornali locali invocando una censura sul cinema, corruttore di giovani. I giovani stessi erano divisi: un giovane beatnik di Parma in una lettera alla «Gazzetta di Parma» (11 settembre 1968), in seguito a una protesta davanti a un cinema che gli ha impedito di vedere un film sul Vietnam, si lamenta del fatto che «i comunisti e i loro soci psiuppini ormai hanno puntato sui capelloni per continuare la loro marcia di conquista. Hanno fatto diventare comunisti Bob Dylan, Joan Baez ed ora anche i capelloni della nostra città». Il 1968 è l’anno di film politici e contestatari, di La cinese di Godard e de La Cina è vicina di Bellocchio (anche se entrambi furono realizzati l’anno prima), di documentari contro la guerra nel Vietnam e a favore della liberazione sessuale, ma furono prodotti convenzionali a vincere la guerra del box-office: la massa del pubblico premiò Il medico della mutua, Mayerling e Straziami di baci saziami.

 

Fu l’anno dei cinema del terzo mondo, di Glauber Rocha e delle contestazioni ai grandi festival di cinema, ma fu anche l’anno in cui l’Oscar per il miglior film – assegnato nel 1969 – andò a Oliver!  e in cui la rivoluzione sessuale fu inglobata da una maxi-produzione De Laurentis come Barbarella, il sogno hippy veniva già dichiarato morto da Dennis Hopper in Easy Rider e le ombre della paranoia e della violenza del decennio successivo venivano anticipate da Rosemary’s Baby e dall’horror politico La notte dei morti viventi. Tra tante rivoluzioni annunciate e disattese, tra film politici (La classe operaia va in paradiso) e film di cassetta, la grande rivoluzione cinematografica venne dallo spazio sotto forma di monolite: il 1968 infatti fu l’anno di 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

cinemaSessantottostoria
Share

Oltre

Ti potrebbe piacere

La rivolta di Berlino est
26 Novembre 2019
Il Muro di Berlino al cinema. Tra spy movies e rappresentazione del nemico.
18 Settembre 2019
Il germe della politica: i primi passi di Fidel Castro
4 Giugno 2019

Lascia un commento


RispondiAnnulla risposta

  • Iscriviti alla Newsletter
  • Commenti recenti

    • Giuseppe su I saraceni sulle Alpi
    • DADIVE su Fare gli italiani: Firenze capitale
    • Francesco su Fare gli italiani: Firenze capitale
    • Giuseppe su I saraceni sulle Alpi
    • Gianluca Mala su Sant’Andrea di Vercelli, la prima chiesa gotica italiana
  • Categorie

    • Luoghi (70)
    • Oltre (21)
    • Storia (55)


  • CAPRICORNO ESPRESS EDIZIONI SRL

    Corso Francia, 325 10142 Torino, Italia
    PI 06326550016
    TEL: +39.011.385.36.56
    FAX: +39.011.385.32.44
    CS: €50.000,00 interamente versato
    REA : TO 777818
    EMAIL: info@edizionidelcapricorno.com

  • Articoli recenti

    • Il tartufo della Liguria di ponente e del Piemonte meridionale
      21 Dicembre 2025
    • Dogliani, la terza Langa
      2 Agosto 2025
    • Erice
      29 Luglio 2025
    • Atrani
      22 Luglio 2025
  • Cookie Law e Privacy

    Informativa estesa sull’uso dei cookie
    Informativa sulla Privacy


© CAPRICORNO ESPRESS EDIZIONI SRL