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Serenissima liberazione
24 Aprile 2018

Breve storia della liberazione di Venezia, tra assalti alle caserme e trattative per salvaguardare il centro storico dell’antica repubblica «Serenissima».

Di Bruno Maida

Leonardo Cotugno è un agente di custodia del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. La prigione si trova in una posizione strategica, essendo vicina a piazzale Roma, alla stazione di Santa Lucia, alle installazioni del porto. Cotugno fa parte della cellula comunista che agisce al suo interno ed è lui, dotato di un sicuro ascendente sui suoi più giovani colleghi, a guidare il primo atto della liberazione di Venezia. Quando giungono le prime notizie sull’insurrezione delle grandi città del Nord, i detenuti comuni cercano di organizzare la fuga e per farlo minacciano con le armi i politici (fra i quali vi è anche il ventenne Franco Basaglia, arrestato qualche mese prima per attività antifascista). È il primo pomeriggio del 26 aprile 1945 e in poche ore l’organizzazione comunista, guidata da Cotugno, riesce a prendere il controllo della situazione. I detenuti comuni rientrano nelle loro celle e le armi passano ai politici. Sono le 18 quando l’agente di custodia s’insedia come rappresentante del Comitato veneziano di Liberazione Nazionale. Oltre che per la sua favorevole posizione, il controllo di Santa Maria Maggiore consente di avere un certo numero di patrioti armati, peraltro sottraendoli ai tedeschi come possibili ostaggi da fucilare per rappresaglia.

Immagini della festa della liberazione di Venezia, in piazza San Marco, il 1° maggio 1945. Da: Bruno Maida, «La Liberazione nelle grandi città. 1943-1945». Foto di proprietà IVESER – Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, tutti i diritti riservati.

 

Contro le caserme

Nella notte i fascisti provano invano a riprendere il controllo delle carceri; il giorno dopo i partigiani continuano a espandere la loro presenza nella città, prendendo d’assalto le caserme e in particolare riuscendo a occupare il comando della Guardia Nazionale repubblicana di San Zaccaria, un presidio ben organizzato e militarmente temibile. I patrioti, appoggiati nel corso della giornata dagli uomini della Guardia di Finanza, riescono a impadronirsi di molte armi e munizioni, oltre a liberare altri prigionieri politici detenuti nelle carceri della caserma fascista. Ma è il 28 aprile che la vera e propria insurrezione prende avvio e diventa completo il controllo partigiano delle principali sedi politiche e militari: la Ca’ Littoria, sede del Partito Fascista Repubblicano, viene occupata nelle prime ore del mattino, seguita dalla questura e dalla prefettura. Il 29 sono invece occupati la stazione, i cantieri navali e gli stabilimenti industriali. I comandi tedeschi sono asserragliati intorno a piazza San Marco (il palazzo Reale è la sede della Platzkommandantur, alle Procuratorie Vecchie ci sono invece le SS), lo scenario tradizionale dei grandi eventi politici veneziani e in questo caso crocevia delle manovre compiute dai diversi attori in vista della liberazione.

Immagini della festa della liberazione di Venezia, in piazza San Marco, il 1° maggio 1945. Da: Bruno Maida, «La Liberazione nelle grandi città. 1943-1945». Foto di proprietà IVESER – Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, tutti i diritti riservati.

 

Le trattative

A differenza delle altre grandi città del Nord, dove si svolgono sì le trattative tra occupanti e Resistenza (spesso con il contributo della Curia, come accade anche nella città lagunare) ma i CLN rimangono inflessibili nella loro decisione di rigettare qualsiasi altra ipotesi che non contempli una resa incondizionata dei tedeschi, a Venezia l’esito è diverso. L’accordo – che prevede l’evacuazione delle truppe tedesche senza consegnare le armi in cambio di una ritirata priva di stragi, distruzioni e saccheggi – viene raggiunto attraverso i contatti tra i responsabili politici e militari della Resistenza veneziana e i rappresentanti della diplomazia tedesca, e un ruolo decisivo e sotterraneo viene svolto dagli interventi della Curia patriarcale e delle due missioni alleate presenti in città (la Margot Hollis e la Corral). I tedeschi minacciano di bombardare la città e distruggere il centro storico, e chiedono quindi una resa condizionata. È la mediazione del patriarca Adeodato Piazza – che incontra i rappresentanti del CLN e i diplomatici tedeschi nella sede della Curia – a risultare decisiva, mentre le condizioni sono scritte all’Hotel Danieli, dove hanno stanza le missioni alleate.

Gli inglesi in piazza San Marco. Da: Bruno Maida, «La Liberazione nelle grandi città. 1943-1945». Foto di proprietà IVESER – Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, tutti i diritti riservati.

 

È il tardo pomeriggio del 28 aprile, la città viene nel frattempo attraversata dalle forze partigiane mobilitate dal proclama che la mattina il CLN ha diffuso sulla prima pagina del giornale Fratelli d’Italia con il quale invita i veneziani allo sciopero generale insurrezionale e assume tutti i poteri politici e amministrativi. Non è prevista alcuna tregua e non sono pochi gli scontri tra partigiani e tedeschi, i quali minano la stazione marittima, alcune parti dell’Arsenale (liberato nel pomeriggio e su una torretta del quale un partigiano issa la bandiera italiana) e le arcate del ponte Littorio.

Il 29 aprile entrano a Venezia i primi automezzi e soldati inglesi, ma il giorno dopo i cittadini che si trovano in piazza San Marco possono assistere a ben altro spettacolo: quello delle jeep che sfilano e compiono sette giri della piazza.

A parte il rappresentante comunista, tutti i membri del comando militare votano a favore dell’accordo (uno analogo viene raggiunto a Mestre), firmato per quanto riguarda la Resistenza dal democristiano Eugenio Gatto a nome del CLN, dall’ammiraglio Zannoni per il CVL e condiviso da Ugo Morin, presidente del CLN regionale veneto. I tedeschi lasciano la laguna nella notte tra il 28 e il 29 aprile. I fascisti, invece, si consegnano ai partigiani senza condizioni, a parte il reparto della X Mas che attende gli Alleati per arrendersi, il 30, dopo essersi asserragliato per giorni nell’ex collegio navale a Sant’Elena

Immagini della festa della liberazione di Venezia, in piazza San Marco, il 1° maggio 1945. Da: Bruno Maida, «La Liberazione nelle grandi città. 1943-1945». Foto di proprietà IVESER – Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, tutti i diritti riservati.

 

L’«anomala liberazione»

Come ha sottolineato lo storico Maurizio Reberschak, l’«anomala liberazione» di Venezia non va intesa come un atto di debolezza o di cedimento, bensì s’inserisce nella specifica storia della città lagunare, a partire dal fatto che durante la Repubblica Sociale diventa sede di ventiquattro importanti uffici ministeriali (tra cui il ministero dei Lavori pubblici e le direzioni del ministero degli Esteri e della Cultura popolare) e di diciassette comandi nazisti. Inoltre Alleati e tedeschi, auspice la Santa Sede, si sono impegnati a garantire Venezia da bombardamenti e distruzioni. Una condizione che nei fatti rispetta anche la Resistenza diminuendo, dopo l’estate del 1944, l’intensità della guerriglia e concentrandosi su azioni simboliche, anche se di grande effetto, la più nota delle quali è la «beffa del Goldoni», quando il 12 marzo 1945 un commando partigiano interrompe la rappresentazione che si sta tenendo nel teatro veneziano, gremito di tedeschi e fascisti, e un partigiano tiene un breve comizio. Il 29 aprile entrano a Venezia i primi automezzi e soldati inglesi, ma il giorno dopo i cittadini che si trovano in piazza San Marco possono assistere a ben altro spettacolo: quello delle jeep che sfilano e compiono sette giri della piazza, e che appartengono al Popski’s Private Army, un piccolo esercito privato costituito da un ufficiale di origine ucraina nel 1942, e che si muove al seguito delle armate inglesi. I tedeschi sono ormai lontani e i veneziani possono festeggiare la liberazione.

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