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Ricordi dell’immigrazione meridionale a Torino
5 Febbraio 2019

Il grande esodo meridionale a Torino degli anni del boom economico raccontato dalla voce di chi lo ha vissuto.
Sogni, realtà e ricordi di chi visse sulla sua pelle la più grande mutazione sociale che l’Italia ricordi.

Di Gianni Oliva.

Sull’immigrazione meridionale a Torino sono fortunatamente molte le voci e i ricordi conservati tra libri, documentari e memorie orali. Le testimonianze riportate qui sono tratte da L. De Rossi, Il treno del Sole: Storie di immigrati, in V. Castronovo (a cura di), Storia illustrata di Torino, Sellino Editore, Milano 1994.

Avevo appena finito la quinta elementare. Ero piccolo. Non sapevo che cosa fosse il tram. Credevo fosse un treno. Dicevo spaventato «attenzione, passa il treno!». A casa mia parlavo dialetto, ma qui l’ho perso completamente, parlavo una forma di linguaggio ibrida, che non so bene che cosa fosse […]. Dato che giocavo bene al pallone, sono subito entrato in una squadra di ragazzini e non sono stato isolato.

Laura De Rossi, studiosa dei problemi dell’immigrazione, ha raccolto numerose testimonianze sull’esperienza di chi è arrivato a Torino dal Sud: sono memorie di persone ormai inserite nel contesto cittadino, che parlano del passato senza rancore, ma fotografandone le difficoltà e le contraddizioni. Un elemento di diversità che crea disagio è l’aspetto fisico dei quartieri:

Certo che qui a Torino non riuscivo più ad orientarmi, non riuscivo più a capire la realtà che avevo intorno. L’architettura fisica è diversa, qui le case sono condomini. Al mio paese le case avevano tante finestre, case basse, solo il primo piano, tante porte, i balconi enormi che tu riuscivi a comunicare dalla casa con l’esterno, sbraitando, gridando. Qui invece non, non puoi comunicare con l’esterno perché sei a distanza di dieci metri d’altezza, magari di più. Le finestre, lì da noi, erano sempre spalancate. Potevi capire che passava quello che vendeva la roba o che vendeva i vestiti e le uova. Io avevo una casa con quattro numeri civici, tante porte avevamo! Qui, invece, non riuscivi più a controllare il potere, mentre là, al paese, sapevi che il potere passava per certi posti, per certi luoghi precisi. Ma adesso, dove…? Il Santo, va a sapere qui il Santo com’è, io la processione non l’ho mai vista! I simboli qui non funzionavano, ti trovavi spiazzato.

Un altro elemento di difficoltà è la scansione del tempo. La Torino degli anni Cinquanta- Settanta vive al ritmo dei turni FIAT, i cambi alle 6.00, alle 14.00 e alle 22.00: in quegli orari le vie attorno a Mirafiori e a Lingotto sono quasi impraticabili, tram stracolmi di operai che vanno o tornano dal lavoro, periferie affollatissime di turnisti:

Qui il tempo è regolato in modo diverso che da noi, tu potevi andare via con le stelle e tornare con le stelle, però potevi anche dire «io oggi non vado in nessun posto, me ne sto a casa mia». Qui invece vedevi la gente che si muoveva tutta da quest’orario a quell’orario. C’era qualcuno che comandava il tempo e ti dirigeva la vita, le sirene dei turni erano la bacchetta del potere che ti stava sopra.

Ciò che muta è la dimensione sociale:

Io non amo stare in mezzo ai palazzoni, in mezzo a tanta gente sconosciuta. Io nella mia terra scorrazzavo nel verde. Arrivando qua, mi ricordo che avevo otto anni e mi ero appoggiata ad un muro, mio padre si è messo a urlare, quasi come se facessi chissà cosa: «Togliti di là che qua è tutto sporco!».

treno del sole

 

La città verticale

I vecchi quartieri torinesi, che nello sviluppo urbanistico della prima metà del Novecento hanno conservato la propria identità e garantito ambiti di solidarietà, si snaturano con costruzioni che annullano le distanze l’uno dall’altro e le conseguenti specificità: i nuovi quartieri sono dormitori anonimi, dove ad alloggi relativamente confortevoli fa da riscontro l’assenza di servizi e di luoghi di incontro.

A Solarino io vivevo in piazza, ci passavano tutti, si chiacchierava, c’erano le panchine, la gelateria. Qui c’era solo il condominio mio, e di fianco il condominio degli altri, e dopo il condominio di altri ancora. Se stavi ai piani bassi, facevi persino fatica a vedere il sole sopra la testa.

Torino è una «città verticale», che rompe con la comunità di immigrati compaesani o corregionali e anche con la struttura parentale allargata, isolando la famiglia nel nuovo appartamento, uno tra centinaia di altri abitati da sconosciuti: «Si tratta una cultura dell’abitare», ha scritto Laura De Rossi «che oppone drasticamente il ‘dentro’e il ‘fuori’, la casa e la città, creando luoghi per l’intimità privata della famiglia opposti ai luoghi della socialità spesso del tutto assenti». Se il senso della solitudine è quello che caratterizza la prima fase dell’immigrazione, non mancano esperienze di emergenza, dalla rissa per trovare uno spazio in cui dormire all’interno della stazione, all’uso dell’auto come casa:

Si era sparsa la voce che la Fiat assumeva e io e mio fratello abbiamo fatto domanda. Ci hanno subito mandati a chiamare e siamo venuti su con la 500 nel mese di marzo, il mese delle piogge. Eravamo spaesati perché non si trovava un posto da dormire. Rimanevamo dentro la 500 e ci andavamo a mettere in corso Traiano. Tutte le notti ci veniva a trovare la volante dei carabinieri, erano bravi perché ci chiedevano documenti e ci lasciavano stare lì. Noi non avevano ancora niente, a dormire siamo andati anche a Porta Nuova, ma lì la sera dovevi quasi fare a botte per la sala d’attesa.

 

Visti dai torinesi

Elemento di rottura per chi si trasferisce, l’immigrazione lo è in forma diversa per la popolazione residente. L’immigrato è un «diverso», che mette in discussione gli equilibri sociali e culturali consolidati. Come testimonia Margherita Giai Piancera, classe 1920 di Giaveno,

Io non sono razzista, non lo sono mia stata, poi sono della generazione che ha visto la guerra, figurarsi se potevo pensare ad una razza superiore e a una inferiore. Però io ero insegnante a Torino alla media «Mameli», vicino a Piazza Vittorio, da anni andavo a scuola al mattino e avevo organizzato la mia vita di conseguenza: ad un certo punto abbiamo cominciato a fare i doppi turni, perché le aule non bastavano, quindici giorni dalle 8.00 alle 12.00, gli altri undici dalle 14.00 alle 18.00. E poi c’erano alcuni allievi che arrivavano dal Casermone di via Verdi, indisciplinati, nessuna voglia di studiare, impossibili da tenere in classe. Certo, con il senno di poi tutto si comprende e nella mia carriera ho avuto allievi meridionali brillantissimi, ma allora per me l’immigrazione voleva dire solo disagi, difficoltà nelle classi, orari alternati: io avevo un figlio alle elementari che invece faceva sempre il mattino, dovevo lasciarlo in casa da solo.

Riporta invece Luigi Ughetto, classe 1926, commerciante di Torino:

Al terzo piano è venuta ad abitare una famiglia di Cerignola. Brava gente, niente da dire: ma sempre a gridare, quando erano a tavola si sentiva tutto e sembrava che stessero bisticciando, invece era il loro modo. Ce ne ho messo ad abituarmi: io sono torinese, sono abituato a farmi i fatti miei, a non parlare delle mie cose in pubblico. Loro, invece, sempre a voce alta: se tutti avessimo fatto così, in una casa dove c’erano dieci alloggi, sarebbe sembrato un mercato. I disagi per il sovraffollamento e per le differenze comportamentali si associano a una percezione di insicurezza tipica di tutti i momenti di immigrazione. L’aumento della microcriminalità viene veicolata dalla stampa cittadina associando il crimine alla provenienza regionale di chi lo commette: «Napoletano ruba», «Calabrese minaccia con il coltello», «Rissa tra immigrati siciliani» sono titoli ricorrenti nelle pagine di cronaca. «Prima Torino era più tranquilla e più pulita. Quelli del Sud non erano come noi, non erano abituati al lavoro, volevano tutto in fretta e prendevano le scorciatoie. In certi posti non si poteva uscire la sera, non sapevi chi incontravi.» Altre testimonianze si riferiscono alla scuola: «C’erano due gemelli calabresi, non ricordo se di Catanzaro o dove, avevano undici anni, erano tremendi, volevano sempre comandare e alzavano le mani per niente. Io nell’intervallo stavo vicino alla maestra, avevo paura».

Vuoi approfondire? Clicca qui.

emigrazionetorino
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