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Il tramonto della cavalleria
23 Ottobre 2018

La fine della cavalleria segnò un vero trapasso culturale in Europa. Le sue ultime cariche, animate dalla disperazione e dalla consapevolezza della propria inattualità, sono tra le pagine più curiose della Grande Guerra.

Di Claudio Razeto.

Alla vigilia del primo conflitto mondiale la cavalleria godeva ancora di grandissima popolarità e prestigio. I cavalli erano il simbolo dell’arte militare, e non a caso in quasi tutti gli eserciti ogni ufficiale ne possedeva almeno uno. I militari di grado superiore di quest’arma erano il modello del gentiluomo in divisa, e i reparti montati quelli più ammirati. Le immagini dei primi giorni del 1914 mostravano pattuglie di cavalleria con elmo, lancia e corazza in perlustrazione sulle strade del Belgio. Questi cavalieri, perfetti bersagli nelle loro lucenti uniformi, sembravano usciti dalle fila di un reparto napoleonico. Presto la comparsa di nuovi mezzi bellici come le mitragliatrici, i carri armati e l’aeroplano avrebbero segnato il definitivo tramonto dei reparti montati come forza di aggiramento e sfondamento. Solo i militari più tradizionalisti – i russi per esempio – continueranno durante la Grande Guerra a servirsi di queste unità, a volte con esiti tanto eroici quanto disastrosi.

Ulani

Gli Ulani tedeschi nei giorni della prima guerra mondiale. Foto via Wikimedia Commons.

 

Gli «Unni» a cavallo

Nei primi mesi di guerra gli aerei servivano soprattutto a effettuare perlustrazioni e ricognizioni, in pratica le stesse mansioni in cui erano stati storicamente utilizzati i reparti a cavallo. La cavalleria tradizionale aveva anche avuto l’occasione di combattere sul serio. In una linea che andava da Liegi a Maubeuge, da Namur a Charleroi fino a Mons, nei primi scontri gli inglesi si erano misurati con gli Ulani tedeschi. Questi cavalleggeri erano soldati duri e spietati; il 26 agosto 1914, con una carica di oltre tremila uomini attaccarono le batterie di artiglieria inglesi a Tournai, travolgendole a colpi di lancia. Arroganti, duri, ma anche brutali: il 12 settembre, a sudovest di Reims, dopo che due soldati di cavalleria germanici erano caduti uccisi dai soldati francesi gli Ulani avevano ritenuto colpevoli i civili della zona, e raso al suolo un villaggio passando gli abitanti per le armi. Gli «Unni» a cavallo avevano iniziato ad accrescere la loro fama sinistra in tutto il Paese.

ulani

Ulani immortalati durante una manovra a Döberitz. Foto via Wikimedia Commons.

 

Il massacro della cavalleria inglese

Anche i cavalleggeri britannici si erano battuti come leoni. Il 1° settembre, a Compiègne toccò ai Dragoni del 6° scontrarsi con gli avversari. Lo fecero con tale veemenza che persino il fabbro del reggimento era montato a cavallo armato di martello per uccidere i «crucchi». I lancieri inglesi si coprirono di gloria, mentre la situazione a Mons volgeva al peggio. I cavalleggeri britannici avevano dotazioni che potevano definirsi moderne. Uniformi kaki, meno vistose di quelle francesi, berretti morbidi che verranno sostituiti presto da elmetti in acciaio, moschetti e cartuccere fatte appositamente per le cavalcature. Il 9° era uno dei tre reggimenti della 2a Brigata di Cavalleria al comando del generale De Lisle. Il 24 agosto la fanteria inglese venne messa in difficoltà dall’avanzata nemica, e la cavalleria fu inviata in aiuto. La 2a Brigata raggiunse per prima la zona dei combattimenti. I tedeschi stavano avanzando in massa. Nei pressi del villaggio di Audregnies il generale De Lisle aveva ordinato ai suoi di smontare e di sparare sulle avanguardie tedesche, che però continuarono ad avanzare incuranti del fuoco. A quel punto De Lisle ordinò una carica, nella migliore tradizione della cavalleria, e scelse proprio il 9° Lancieri che senza esitare, al comando, si lanciò sul nemico. Centinaia di uomini e animali galopparono intrepidi verso la morte. In seguito, un colonnello affermò di aver pensato che nessun cavaliere inglese sarebbe tornato vivo da quell’assalto. Davanti a un torrente di fuoco e di piombo, i reparti proseguirono decimati fino a quando due linee di filo spinato interruppero la carica in modo drammatico. I cavalli sopravvissuti si schiantarono contro i reticolati, rovinando al suolo. Dei 400 che si erano lanciati avanti, solo 72 superstiti risposero all’appello degli ufficiali.

Cavalleria britannica fotografata nel 1917. Foto via Wikimedia Commons.

 

Alla carica, nonostante tutto

Nell’ottobre del 1914 i reparti a cavallo cercarono di attraversare il fiume Lys, ma a parte quest’azione ormai erano impiegati per lo più come truppe appiedate e normale fanteria: era iniziata la guerra di trincea. I reparti di cavalleria si batterono con il nemico a Ypres, a piedi, nel fango, dietro i reticolati, o con la maschera antigas. La guerra a cavallo sembrava definitivamente tramontata. Qualche eccezione si ebbe sul fronte a est, dove gli austro-ungarici affrontarono i reparti a cavallo dei temibili cosacchi, ma il fronte occidentale ormai si era trasformato in un paesaggio lunare e apocalittico di linee di trincee che rendevano impossibile ogni manovra alla cavalleria. Tuttavia, l’integrazione tra le varie forze iniziava a prendere piede anche in altre aree di guerra, come l’Egitto e la Palestina, dove i reparti di cavalleria leggera appoggiati da squadriglie aeree dei contingenti australiani e neozelandesi dimostrarono che i tempi stavano decisamente cambiando. A Be’er Sheva, una piccola città situata nel deserto del Negev, si verificò l’episodio più significativo. Il 31 ottobre del 1917 due reggimenti australiani della 4a Brigata andarono alla carica come nei tempi andati contro turchi e tedeschi. Anticonformisti per natura, questi cavalleggeri, che montavano armati di moschetto, fissarono prima dell’assalto la baionetta sui fucili trasformandoli in lance.

Cavalieri e cavalli immortalati in un momento di riposo. Foto via Wikimedia Commons.

 

L’ultima carica della Grande Guerra

Verso la fine della guerra le ultime azioni sul fronte occidentale. Il 25 luglio 1918 gli inglesi attaccarono in massa con la propria forza aerea, sganciando tonnellate di bombe sulle linee tedesche ad Amiens. Quando il fronte cedette, le truppe in ritirata vennero inseguite con i carri armati e la cavalleria, mentre l’aviazione a volo radente mitragliava le truppe nemiche a terra. In poco più di quattro anni di guerra l’utilizzo integrato delle forze operative era divenuto una realtà. Nell’ultimo anno di guerra, tra l’altro, mancarono proprio gli animali, uccisi o sbandati dietro le linee. Tanto che spesso le unità di artiglieria, specie per i tedeschi, risultarono in pratica paralizzate e anche i rifornimenti di munizioni e viveri, fatti quasi esclusivamente a mezzo di unità ippotrainate, si fecero sempre più difficili.

cavaliere

Cavaliere americano in Francia. Foto via Wikimedia Commons.

 

Ciononostante, verso la fine della Grande Guerra in Europa ci furono gli ultimi episodi di valore della cavalleria tradizionale. Il 9 ottobre 1918, nella foresta di Gattigny il reggimento Fort Garry Horse canadese travolse i tedeschi, e a colpi di sciabola uccise decine di nemici facendo oltre duecento prigionieri. L’azione venne definita dal comandante del British Cavalry Corps «la migliore azione condotta da un’unità di cavalleria in tutta la guerra». Alla fine dei combattimenti mancava meno di un mese. Nell’ultimo giorno di guerra, l’11 novembre del 1918, la cavalleria britannica effettuò l’ultima carica della Grande Guerra, a Lessines. L’azione fu però sospesa alle 11 esatte, nell’ora fissata dall’armistizio per il termine del conflitto. L’epoca gloriosa della cavalleria era finita.

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